I BLOG SONO IN CRISI? E’ LA RETE, BELLEZZA

In tempi di appelli più o meno credibili in nome del valore (sacrosanto, intendiamoci) della “libertà di stampa” occorre, a mio modestissimo avviso, aprire una breve riflessione su un aspetto del quale nessuno, fin’ora, ha tenuto debitamente conto, ovvero la vera e propria rivoluzione in atto sul web. Per consentire anche ai meno appassionati di comprendere l’estrema importanza di quest’argomento, parto da una dichiarazione che Ezio Mauro – Direttore di Repubblica – ha rilasciato qualche giorno fa rispondendo all’inchiesta con cui Il Giornale ha scoperto che gran parte dei firmatari dell’appello promosso on line dal quotidiano di De Benedetti fossero, in realtà, inesistenti. Qualche esempio? Tra i firmatari compaiono migliaia di nomi pittoreschi come Vorrei Cheparlaste o Bruce Lagodigarda, tanto per citarne un paio.

Bene, ad un fatto oggettivamente incontestabile Mauro ha risposto con un luogo comune ormai stantio: “La rete è democrazia”. Vero, per molti aspetti lo è, ma va anche detto che esistono innumerevoli esempi di quanto si sia abusato dell’estrema libertà messa a disposizione dal web, utilizzandola a proprio uso e consumo, nella stragrande maggioranza dei casi per insultare il nemico di turno nascondendosi comodamente dietro l’anonimato di un nickname. Negli ultimi anni il web è stato letteralmente invaso da milioni di blog che, il più delle volte, si trasformavano in veri e propri vomitatoi, all’interno dei quali chiunque poteva dare libero sfogo ai suoi istinti (per lo più animaleschi) repressi.

Le vittime? Beh, anche in questo caso il repertorio è vastissimo ma il principio è sempre lo stesso: mi stai antipatico? Ti odio? Ti diprezzo? O, più semplicemente, sono accecato dall’invidia? Bene, in assenza del coraggio necessario per affrontarti e dirtelo in faccia e, soprattutto, non volendo correre il rischio di beccarmi una denuncia per diffamazione, mi apro un bel blog e ti sputtano sul web. Facile, no? In molti si erano illusi che l’onda potesse essere cavalcata, financo per creare un partito politico, salvo poi prendere atto di aver preso una grossa cantonata.

Era, infatti, inevitabile che prima o poi la tendenza s’invertisse, sostanzialmente per due motivi. Il primo è che l’utente medio di internet è sempre più informato e quest’aspetto lo porta a prediligere un’informazione attendibile e di qualità. Il risultato è che i blog di cui parlavo pocanzi, i vomitatoi, scompaiono mentre i blog di livello non soltanto accrescono quotidianamente le loro visite ma, cosa ancora più importante, fanno opinione. Probabilmente l’esempio più eclatante è l’americano Huffington Post, che si avvale della collaborazione quotidiana di oltre 3000 bloggers le cui inchieste, negli anni, sono state tanto attendibili ed efficaci da renderlo il sito d’informazione più influente anche all’interno della Casa Bianca. Il secondo motivo è l’avvento dei Social Network come Facebook e Twitter, che hanno avuto il grande merito d’introdurre il concetto di microblogging ovvero, come si fa quando si aggiorna il proprio stato, sintetizzare il proprio pensiero in una frase lunga poco più di 140 caratteri, proprio come un sms. Si calcola che attualmente siano oltre 250 milioni le persone che hanno aperto un profilo su Facebook, e che lo usano quotidianamente per condividere con i propri conoscenti opinioni, foto, video e quant’altro.

La differenza sostanziale è che, in un Social Network, gli utenti che tentano di mantenere l’anonimato vengono esclusi dal resto della comunità, proprio perché in palese conflitto con il concetto stesso di social networking. Questo significa che se qualche buontempone decide di fare qualcosa che prevarichi la libertà altrui, viene messo nelle condizioni di andarsene, insomma, si auto esclude. Senza considerare che, proprio alla luce di questo motivo, i calunniatori di professione sono più facilmente perseguibili. Una rivoluzione positiva, dunque, che va nella direzione di una sempre maggiore “socializzazione” della rete, che dovremo essere bravi a sfruttare stando sempre attenti, però, alle informazioni che decidiamo di darle in pasto.

Alessandro Nardone

14 settembre 2009

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