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	<title>.:: ALESSANDRO NARDONE &#124; LA DESTRA CHE VORREI ::. &#187; il giornale</title>
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		<title>E&#8217; giunta l&#8217;ora del ricambio: tre mandati e fine dei doppi incarichi</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Sep 2010 16:26:06 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class="addthis_toolbox addthis_default_style " addthis:url='http://www.nardone.org/2010/09/e-giunta-lora-del-ricambio-tre-mandati-e-fine-dei-doppi-incarichi/' addthis:title='E&#8217; giunta l&#8217;ora del ricambio: tre mandati e fine dei doppi incarichi '  ><a class="addthis_button_facebook_like" fb:like:layout="button_count"></a><a class="addthis_button_tweet"></a><a class="addthis_button_google_plusone" g:plusone:size="medium"></a><a class="addthis_counter addthis_pill_style"></a></div><p><a href="http://www.nardone.org/wp-content/uploads/2010/09/generazione-italia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-510" title="generazione italia" src="http://www.nardone.org/wp-content/uploads/2010/09/generazione-italia-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a>Il sistema politico è in crisi. Affermazione lapalissiana, non v’è dubbio, ma tristemente certificata dagli’innegabili travagli interni ai due maggiori partiti presenti sulla scena nazionale, il Pdl ed il Pd (o Pdl senza l, come viene beffardamente schernito da una moltitudine di scontenti).</p>
<p>Inutile dire che, per ovvi motivi, mi stanno molto più a cuore le sorti del Popolo della Libertà che non quelle del Partito Democratico anche se, nel quadro di una democrazia bipolare forte e sana, sarebbe auspicabile che entrambi i protagonisti della scena politica godessero di ottima salute, se non altro perché è proprio dalle loro fila che provengono i componenti della classe dirigente del Paese, a tutti i livelli.</p>
<p>Già, la classe dirigente. Vera e propria nota dolente della cosiddetta Seconda Repubblica &#8211; tranne rare eccezioni, ci mancherebbe – figlia di quel ricambio generazionale vanamente evocato in periodi elettorali e puntualmente abortito ad urne chiuse. Argomento assai scottante, sul quale si è esposto Matteo Renzi (giovane Sindaco di Firenze) che, in un’intervista a Repubblica, ha detto esplicitamente di voler “rottamare” l’intera classe dirigente del PD, appellandosi ad un articolo dello statuto che prevede l’impossibilità di essere ricandidati dopo tre mandati.</p>
<p>Posizione certamente interessante e condivisibile che, com’era facilmente prevedibile, ha irritato non poco la giurassica nomenklatura piddina, che è talmente fuori dalla realtà (ed i risultati sono li a dimostrarlo) da ritenersi al di sopra di qualsiasi giudizio, anche quello degli elettori. Sì, perché va detto, ed è sempre bene ricordarlo, che i rappresentanti della gauche nostrana sono da sempre affetti da quel complesso di superiorità che li porta a snobbare chiunque non li voti derubricando l’italiano medio, nel migliore dei casi, ad un povero ignorantello fuorviato dalle  malefiche televisioni berlusconiane.</p>
<p>Ma, come dicevo all’inizio, i problemi li abbiamo anche nel Pdl e, se non vogliamo vivere di rimpianti (Gianfranco Fini docet), almeno noi giovani dobbiamo trovare il coraggio di non limitarci a dircelo nei corridoi o al telefono, ma a viso aperto. Proprio come ha fatto Renzi. Tanto per cominciare, bisogna osservare che esiste un serio problema nella qualità media della nostra classe dirigente che, nella maggior parte dei casi, deriva dalla mancanza di un vero criterio di selezione.</p>
<p>Qualche esempio concreto? Certamente, con tanto di nomi e cognomi. Cominciamo con Giorgio Stracquadanio che, nei giorni scorsi, ha candidamente affermato che non troverebbe nulla di strano nel fatto che le donne, per fare carriera politica, venissero selezionate in base alla loro avvenenza fisica. E chissenefrega se ci sono migliaia di militanti che, da anni, lavorano per il partito, fanno campagne elettorali ed amministrano circoscrizioni, comuni e province. Semplicemente raccapricciante, tanto più se consideriamo che Stracquadanio, oltre ad essere Deputato, è anche consigliere del Ministro dell’Istruzione.</p>
<p>Per continuare potremmo parlare di Nicole Minetti, neo consigliere alla Regione Lombardia, eletta nel listino bloccato di Formigoni. Cos’avrà mai fatto la giovane Minetti per meritarsi un posto sicuro in regione, senza nemmeno doversi fare un giorno di campagna elettorale? Si sarà distinta nella sua esperienza di militanza nel partito? Avrà conquistato, a suon di preferenze, un seggio in qualche consiglio comunale? Niente di tutto questo. Eppure, la bella Nicole è li. Tengo a precisare che non ho assolutamente nulla di personale contro di lei ma, come dicevo prima, rappresenta il classico caso stigmatizzato da tutti, all’unanimità. Sì, ma sempre ben al riparo dai taccuini dei giornalisti.</p>
<p>Ringraziando il cielo uno degli esempi opposti ce l’abbiamo in casa, e mi riferisco al Senatore Butti che, nonostante una legge elettorale sulla quale ci sarebbe molto da dire, non solo ha sempre mantenuto vivo il suo legame con il territorio, ma è anche la dimostrazione lampante di come, in politica, si possano raggiungere certi livelli attraverso quelle che definirei “le due M irrinunciabili” nel dna di chi si candida a diventare classe dirigente: Merito e Militanza.</p>
<p>Ed è certamente dalle “due M irrinunciabili” che deve rilanciarsi il nostro partito, a partire dalla nostra Como, il “Mugello del centrodestra”. Infatti, se il Pdl ha davvero l’ambizione di costruire un progetto di ampio respiro, in grado di liberare le energie positive di questo nostro splendido territorio e di regalare un futuro radioso ai nostri figli, beh, non puo’ che raccogliere la sfida del cambiamento.</p>
<p>Per cambiamento intendo il superamento delle logiche dei doppi incarichi e dei mandati infiniti: consiglieri comunali che siedono anche nei consigli d’amministrazione, giunte composte sempre dalle stesse persone e liste elettorali raramente aperte al nuovo. Bisogna, finalmente, prendere coscienza del fatto che una svolta di questo tipo è d’importanza vitale perché nuove persone significano nuove idee, nuovi progetti, nuove soluzioni ai problemi e, soprattutto, nuovi stimoli.</p>
<p>Concetti sostenuti con forza anche dal Presidente Berlusconi che, nel suo intervento ad Atreju (la festa dei giovani del Pdl), ha ribadito la sua ferma intenzione di dare vita ad una vera e propria rivoluzione generazionale per rilanciare il partito unico del centrodestra. Non vediamo l’ora.</p>
<p>Alessandro Nardone per L&#8217;Ordine del 25 settembre 2010</p>
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		<title>BERLUSCONI E FINI, E&#8217; ORA CHE VI PARLIATE</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 23:44:44 +0000</pubDate>
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È un bel film di ormai vent’anni fa in cui Michael Douglas e Kathleen Turner (diretti da Danny De Vito) interpretano la storia della coppia perfetta, ovvero quella stereotipata in cui lui e lei si conoscono per caso ai tempi dell’università e, da allora, è un continuo crescendo di rose e fiori. Ma la loro relazione, così perfetta, ad un certo punto si deteriora e loro finiscono con l’odiarsi. Perchè? Il paradosso è che non c’è, un perché. O meglio, non uno preciso, ma una serie di tanti piccoli motivi che, disseminati durante il loro quotidiano cammino comune, si sono via via ingigantiti, alimentati dallo scemare della passione e dall’aumentare di un’insensata competizione interna alla coppia. Vi ricorda qualcosa, vero? Certo che sì, e sono sicuro che leggendo le mie righe avrete accennato un sorriso, cogliendo immediatamente la metafora con cui ho voluto approcciarmi a questo spinoso (sempre per restare in tema di rose) argomento. Berlusconi e Fini, Fini e Berlusconi, Silvio e Gianfranco, Gianfranco e Silvio: sono ormai mesi che leggiamo di loro in termini, per così dire, contradittori. Un continuo susseguersi di agenzie, dichiarazioni vere o presunte, bene o male interpretate, di fuori onda e di commenti di parte. Sì, avete letto bene, di parte. Perché (almeno sulla carta stampata) si sono formate due opposte fazioni, che per intenderci definirei curve, da cui i rispettivi ultras di Silvio e Gianfranco non se le mandano certo a dire. Anzi. Picchiano come dei fabbri. Ma a ben vedere è uno scontro Pop, talmente Pop che persino l’opposizione, senza nemmeno accorgersene, ne è stata letteralmente fagocitata, costringendo il Pd e persino lo sguaiato Di Pietro a fare il tifo per il Presidente della Camera. Situazione impensabile solo fino a qualche mese fa che, a mio parere, più che i problemi tra Berlusconi e Fini, mette a nudo la pressochè totale mancanza di una figura carismatica nell’area di un centrosinistra sempre più ai margini della scena politica.  Certo, qualcuno potrebbe obbiettare che, se la sinistra inneggia a Fini, è solo grazie ai suoi continui distinguo nei confronti del Governo ed a alcune battaglie per così dire “anomale” nell’ambito della destra. Ed in parte ha ragione. Non tanto per i richiami alla centralità del Parlamento o al rispetto degli altri poteri dello Stato, quelli sono per lo più atti dovuti alla carica che attualmente ricopre. Il nocciolo della questione sono alcune sue prese di posizione che l’elettorato di centrodestra fatica a comprendere e, quindi, mal digerisce. Mi riferisco, in particolar modo, a quella sull’immigrazione, tema sul quale Gianfranco batte ormai da qualche anno dimostrando, ad onor del vero, una sincera convinzione sulla valiidità dei suoi argomenti, non perdendo occasione per rimarcarli. Proprio questa sua tigna ha spinto alcuni commentatori d’area a dar voce ai sempre più numerosi mugugni di dirigenti e militanti, mettendo sotto gli occhi di tutti quel deterioramento di cui parlavo all’inizio. Ora, mettiamo che qualcuno rientri in Italia dopo un lungo viaggio e che sia rimasto alle notizie di un anno fa, beh, una volta letta questa prima parte del mio articolo potrebbe tranquillamente pensare che si tratti di semplice dibattito interno, su grandi temi di cui un grande partito come il Popolo della Libertà fa bene a discutere. Chi potrebbe dargli torto? Il problema, quello vero, è il contesto in cui è scoppiata questa grana, ovvero, nel bel mezzo di un’offensiva trash-forcaiola cominciata, guarda caso, nel momento di maggiore popolarità vissuto da Berlusconi, che era riusciito ad appropriarsi – anche grazie all’assist di un inconsapevole Franceschini – persino del 25 aprile. Da lì è partita la triste campagna che ben conosciamo, che è culminata con la spettacolarizzazione delle deposizioni di un criminale analfabeta di bassa lega come Spatuzza, passando attrraverso il gossip e la contradittoria bocciatura del Lodo Alfano. In un simile momento, dicevo, di tutto c’era bisogno tranne che di dare il la a questo scontro fratricida, che è nato con l’editoriale in cui Vittorio Feltri, dopo aver rinfacciato a Fini alcune dichiarazioni sul caso Boffo, lo attaccava apertamente, dando voce a quei famosi mugugni che, fin lì, erano rimasti strozzati nelle gole di chi si sentiva orfano del Fini-pensiero. Ovvio, Feltri è un grande giornalista, non un politico, ergo certi calcoli non gli competono, ma è un fatto oggettivo che con quel suo ormai celebre editoriale abbia tirato un bel calcione al can che dormiva, quantomeno in pubblico. Arrivati a questo punto, però, bisogna trovare una soluzione e per farvi capire come la penso torno alla metafora iniziale, quella del film. Vi ricordate il finale? Dopo essersene fatte di tutti i colori, la coppia, ormai stremata, si barrica in casa con l’intenzione di arrivare alla resa dei conti, una volta per tutte. Sia lui che lei erano pronti a tutto, infatti, proprio quando stanno per ammazzarsi entrambi si sfiorano la mano e, guardandosi negli occhi, capiscono di amarsi ancora.</p>
<p>Alessandro Nardone</p>
<p>7 dicembre 2009</p>
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