Impossibile rifare Alleanza Nazionale, una destra vincente deve ripartire da zero

Già, rifare la destra. Ammetto che la full immersion familiare e lavorativa delle ultime settimane mi è servita molto, anche e soprattutto per riflettere a mente fredda sull’evoluzione delle cose. Sempre che di evoluzione di possa parlare. Intendiamoci, disfattista non lo sono per natura, e tutto voglio fuorché apparire come quello che ama rompere le uova del paniere, per carità di Dio. Allo stesso tempo, però, chi mi conosce sa perfettamente che i peli sulla lingua m’infastidiscono non poco e che, quindi, amo dire ciò che penso. Lo feci quando ancora stavo nel Pdl, attirandomi le antipatie di molti che oggi, invece, stanno esattamente sulle mie posizioni di allora, e lo farò anche stavolta, inserendomi nel dibattito sulla ricostruzione di una “cosa di destra”, che pure è animato da interlocutori ben più illustri del sottoscritto. Ma tant’è.

Anzitutto trovo doveroso rivolgermi a Francesco Storace, ringraziandolo per avermi inserito nel gruppo di giovani che sta tentando di partorire qualche idea che possa rivelarsi funzionale nell’ottica una costituente di destra. Esperimento tanto ambizioso quanto difficile, ma certamente unico fatto tangibile e concreto nel consueto fiume magmatico di parole e buoni propositi che, da qualche anno a questa parte, sono sempre rimasti tali. Il problema è che molti continuano a non rendersi conto che, con il passare degli anni, quelle colate laviche non ci hanno lasciato altro che fossili di un passato che, sia pur recente, non potrà più tornare.

D’altra parte sarebbe sufficiente imparare dagli errori altrui: prendiamo il Pd, giusto per citare un esempio a caso. Tra i tanti, hanno commesso l’errore madornale d’illudersi che bastasse un restyling di superficie per rispondere alla (fortissima) domanda di cambiamento che pervade ogni singolo segmento del Popolo Italiano presentandosi, invece, con il solito vecchio apparato. Ché, volendo banalizzare, è un po’ come se un venditore d’auto tentasse di convincerci di acquistare una Duna spacciandola per il nuovo modello di casa Fiat.

Ora, leggendo con attenzione appelli più o meno accorati e dichiarazioni varie ed eventuali, la sensazione che ho, è che stiamo correndo il rischio di partire commettendo quello che sarebbe il peccato originale di questa operazione, ovvero ritenere che sarà sufficiente rimettere insieme i cocci della fu Alleanza Nazionale, dare una bella imbiancata per “rinfrescare” un ambiente finalmente libero dalla presenza stantia ed ingombrante di Gianfranco Fini, et voilà!, ecco servita la nuova destra.

Chi s’illude che sarebbe sufficiente rimettere insieme le “vecchie glorie” rischia di prendere una cantonata assai dolorosa e questo, sia ben chiaro, lo affermo con estrema franchezza ma con altrettanto rispetto (ed in qualche caso anche ammirazione) per gran parte dei protagonisti di quella gloriosa stagione. Oggi viviamo nel 2013 e, dal Congresso di Fiuggi, è passato quasi un ventennio. A quel tempo ero un ragazzino non ancora maggiorenne con i capelli lunghi, oggi sono un padre di famiglia. Nel 1994, per intenderci, c’erano ancora Kohl e Mitterand, Baggio e Ayrton Senna, internet ed i social network non esistevano ed un certo Silvio Berlusconi era appena “sceso in campo”. Parliamo di un’altra epoca, insomma.

Con questo intendo dire che, assieme ai tempi, è cambiata anche la nostra società e, insieme ad essa, i nostri problemi e, di conseguenza, le soluzioni da attuare per tentare di risolverli. No, il mio non è affatto revanscismo giovanilistico che, peraltro, sarebbe speculare a quello di stampo conservativo, e quindi altrettanto sbagliato, ma solo il tentativo di affermare che il terreno su cui abbiamo l’ambizione di gettare il seme della destra che verrà, dovrà essere quello fecondo del nostro tempo, se davvero vogliamo che i valori nei quali tutti noi ci riconosciamo possano realmente attecchire.

Terreno che, di certo, non è quello del berlusconismo ché, piaccia o no, ha sì ancora i suoi consensi, ma conserva troppe contraddizioni etiche prima che politiche, dinnanzi alle quali un soggetto che ambisce a riempire l’attuale vuoto lasciato da Alleanza Nazionale non puo’ più permettersi di fare finta di nulla. Fatta salva questa premessa, va da se che il perimetro d’azione debba necessariamente essere quello del centrodestra ma, come ha giustamente affermato Marcello Veneziani dalle colonne de Il Giornale, una destra nuova e forte questa partita non potrà che giocarsela calando i suoi assi migliori e, ove necessario, anteponendoli a quelli degli alleati.

Esattamente l’opposto di quanto fecero Gianfranco Fini e buona parte dei suoi Colonnelli che, evidentemente soggiogati dagli effetti dell’Anello del Potere, nella loro esperienza di governo non sono stati in grado di affermare nemmeno una delle grandi battaglie della destra. Presidenzialismo? Politiche sociali? Sovranità nazionale? Non pervenute e, anzi, in gran parte dismesse e, di conseguenza, regalate su un piatto d’argento all’alleato leghista. I risultati di questo atteggiamento quantomeno remissivo li conosciamo, ahinoi, molto bene e sono esattamente quelli che ci costringono, chi più chi meno, a vivere la triste condizione di apolidi della politica.

Intendiamoci, la storia non solo non si cancella, ma è e rimane un patrimonio irrinunciabile, che in gran parte è composto anche dall’esperienza di coloro i quali hanno incarnato la destra, ognuno a suo modo, negli anni passati. Per questo ritengo che l’idea – lanciata da Angelo Mellone in un suo recente articolo – di utilizzare il patrimonio della Fondazione Alleanza Nazionale per realizzare un’accademia di politica e cultura nella quale possano crescere e formarsi i giovani che si riconoscono nei nostri valori, possa essere un tassello importante per rilanciare il nostro mondo da una parte, e per capitalizzare e dare continuità all’impegno politico di quella classe dirigente dall’altra. Il punto d’incontro ideale tra due generazioni, concretizzazione del “passaggio di testimone” evocato da Almirante, insomma.

Esiste, poi, la questione ineludibile della leadership. Inutile girarci attorno, vista e considerata l’importanza di questo aspetto, nella configurazione del quadro politico attuale. A questo proposito, pur non volendo tirare nessuno per la giacca, credo che l’unica figura in grado di mettere d’accordo le diverse anime che dovrebbero comporre questo variegato mosaico sia, indiscutibilmente, quella di Marcello Veneziani. Magari, come ha più volte affermato lui stesso, rivestendo un ruolo pre-politico, ergo non parlamentare, ma pur sempre di guida politica, e non più meramente filosofica.

Morale: sono persuaso che qualsiasi iniziativa si decida d’intraprendere, non dovrà nascere dall’esigenza autoreferenziale di riaffermare un gruppo ristretto (sempre lo stesso) di persone ma che, al contrario, dovrà essere animata dall’ambizione di renderla credibile ed appetibile agli occhi di tutte quelle donne e quegli uomini che la pensano come noi ma che, nella loro vita, non hanno mai fatto parte né del Msi né di Alleanza Nazionale.

Solo a quel punto, se riusciremo in questa sfida, potremo dire di aver dato vita ad un progetto vincente, altrimenti, per dirla con Francesco Storace, non avremo fatto altro che rimettere in piedi “una cosa grigia, vecchia”, con la consapevolezza che di strada ne farebbe ben poca.

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