ECCO PERCHE’ DICO AL PDL: “SOSTENIAMO IL REFERENDUM CONTRO IL PORCELLUM”

Parliamoci chiaro, se questa moribonda Seconda Repubblica una conquista l’ha fatta, beh, questa è senza alcun dubbio il principio della politica dell’alternanza, sancito a furor di popolo dal referendum di Segni. Da allora sembra passato un secolo e mezzo (correva l’anno 1993) e, ovviamente, a quel quesito referendario si opposero tutti i partiti che ancora detenevano il potere e che, di li a poco, sarebbero stati definitivamente spazzati via dall’inchiesta di Tangentopoli. Quello stesso “regime partitocratico” capace di generare sessanta governi in sessant’anni che s’incardinava in un sistema nel quale, è bene ricordarlo, chi andava a votare non sapeva da chi sarebbe stato governato perché, una volta chiuse le urne, i partiti si sarebbero messi d’accordo tra loro, in Parlamento. Nessun programma, nessuna alleanza chiara e, ovviamente, di candidati alla carica di Presidente del Consiglio nemmeno l’ombra, insomma, niente di niente. Gli osservatori più attenti ricorderanno perfettamente la prima campagna elettorale di stampo maggioritario: quella per le elezioni amministrative del 1993. Alla gente, fino ad allora abituata a votare solo per il partito, non sembrava vero di potersi scegliere direttamente il sindaco; e quanto erano appassionanti quei dibattiti in cui giovani candidati si sfidavano a viso aperto! Chi non ricorda, giusto per citare un paio d’esempi, le sfide tra Fini e Rutelli o tra la Mussolini e Bassolino? Quella conquista fu certamente una rivoluzione per la politica italiana che, nel giro di poche settimane, sarebbe stata completata dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi che riuscì, anche grazie a quel sistema, nell’impresa di mettere insieme la nascitura Alleanza Nazionale e la Lega impedendo, di fatto, alla “gioiosa macchina da guerra” post comunista di prendere le redini del Paese. Insomma, possiamo tranquillamente affermare che Berlusconi e l’intero centrodestra stanno al maggioritario nella stessa misura in cui il vecchio Pentapartito stava al proporzionale. La politica della trasparenza, della chiarezza e del rapporto diretto con l’elettore contro quella dell’inciucio tout court, uno dei principi fondanti, se non l’essenza stessa della ragion d’essere del centrodestra. Principio, questo, dal quale derivano le tre mission storiche che ci hanno da sempre contraddistinti: la riforma fiscale, ragione sociale di Berlusconi e di Forza Italia; il federalismo di Bossi e della Lega e la riforma presidenziale, da sempre cavallo di battaglia della destra, da Almirante a Fini, dall’Msi ad Alleanza Nazionale. Di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, ed è triste dover constatare che, fino ad ora, nessuno di questi obbiettivi sia stato centrato. Certo, abbiamo l’attenuante dell’11 settembre e di una crisi economica senza precedenti ma, per come la vedo io, sarebbe necessario fare un po’ di sana autocritica cominciando, appunto, dall’attuale legge elettorale che, è bene ricordarlo, lo stesso suo artefice (il leghista Calderoli) non esitò a definire una “porcata”. Un sistema elettorale, questo, che, per come la vedo io, ha contribuito in maniera determinante a quell’inesorabile e palese processo di allontanamento della politica dal mondo reale, dalla gente. Sì, perché prima, essendo diretta espressione della volontà popolare, i nostri parlamentari erano tenuti a mantenere un legame con il territorio e, quindi, a rendere conto del lavoro che svolgevano in Parlamento, altrimenti potevano scordarsi i voti e quindi la rielezione. Altro che chiacchiere. Oggi, invece, siamo di fronte ad un plotone di nominati, un sistema nel quale quattro o cinque capi partito decidono quali saranno i parlamentari che dovranno rappresentarci, ancora prima che gl’italiani vadano a votare. In quest’ottica poco importa se, come nel caso di Como, con il Senatore Butti, possiamo citare qualche esempio virtuoso, perché si tratta della classica eccezione che conferma la regola. La vera questione è che la classe dirigente del Pdl, il partito in cui milito e credo, deve comprendere il grande malessere e l’imbarazzo che la nostra gente prova di fronte ad un sistema politico siffatto, per il semplice motivo che rappresenta l’esatto opposto dello spirito che animava Berlusconi ed il centrodestra negli anni addietro. Adesso pare che qualcosa si stia muovendo: Alfano prima parla di primarie e poi dice che sono inutili, Formigoni propone di strutturare il partito su una base democratica e non più verticistica, al fine di favorire questo famigerato ricambio generazionale. Benissimo ma, a questo punto, le chiacchiere stanno a zero. Dobbiamo passare ai fatti. In questi giorni, un autorevole rappresentante del centrosinistra, Arturo Parisi, ha costituito un comitato referendario che sta raccogliendo le firme per abrogare questa legge elettorale, il cosiddetto Porcellum. Il Partito Democratico ha fatto l’ennesimo autogol chiamandosi fuori dai giochi, dicendo che non lo appoggerà. Perfetto, allora perché non noi? Non venitemi a fare discorsi del tipo che i referendum non si appoggiano perché dovrebbe essere il Parlamento a fare le leggi, ragionamento che in teoria ci puo’ anche stare, ma non in pratica, visto e considerato che, ahinoi, questo Parlamento ha dimostrato di non essere in grado di costruire il consenso attorno a riforme condivise. Figuriamoci se non avesse nemmeno la “pressione” di questo referendum. Oltretutto, tornare alla vecchia legge elettorale, contribuirebbe ad accelerare in modo determinante quel processo di riavvicinamento – intrapreso proprio da Alfano – tra il Pdl e l’Udc che, a quel punto, non potrebbe più giocare alla politica dei due forni, ma dovrebbe scegliere da quale parte schierarsi. Negli ultimi giorni ho avuto modo di confrontarmi con molte amiche e molti amici del Pdl sparsi in tutta Italia su questa questione e, da parte di ognuno di loro, mi sono sentito rispondere nello stesso modo: “La pensiamo tutti così, questa legge elettorale va assolutamente cambiata, partiamo con la raccolta di firme, in molti ci seguiranno”. Ecco, è questo lo spirito con il quale ci apprestiamo a dare il nostro contributo a questa iniziativa, nella speranza di essere i primi di tanti anche nel Pdl e perché, aspetto che non reputo assolutamente secondario, potrebbe essere anche una bella opportunità per uscire da questo clima da guerra civile permanente, dimostrando alla gente che ragazze e ragazzi di destra e di sinistra possono anche unire le forze e lavorare insieme, quando in ballo c’è l’interesse dell’Italia.

Alessandro Nardone

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