ECCO PERCHE’ DICO ANCORA NO ALLA CHIUSURA DEI BAR A MEZZANOTTE

Tanto tuonò che alla fine piovve. Già, perché dopo le avvisaglie – e le polemiche – dell’anno passato e arrivata (almeno sulla carta) la bella stagione, l’Amministrazione comunale ha pensato bene di dissotterrare l’ascia di guerra, ovvero la famosa ordinanza con la quale intende chiudere gli esercizi pubblici a mezzanotte. Quella del coprifuoco, tanto per intenderci, contro cui – con l’aiuto di Matteo Basile ed il supporto di una parte consistente degli operatori del settore – fummo capaci di raccogliere 3.000 firme nel giro di pochi giorni. Una mobilitazione vera e propria che coinvolse attivamente, a dispetto di chi tentò di confinarla nell’immaginario perimetro rappresentato da “pochi giovani”, decine e decine di persone di tutte le fasce d’età, evidentemente stufe dell’obsoleta concezione di città dormitorio che qualcuno intende continuare ad affibbiare a Como. Tuttavia, oggi come un anno fa, chi è privo d’argomenti cerca di radicalizzare i toni dello scontro, avventurandosi in teorie strampalate come quella per la quale “chi vuole i locali aperti dopo la mezzanotte difende i mascalzoni che disturbano i residenti”. Demagogia bella e buona. A dimostrazione di quanto affermo, basta andare a rileggersi la rassegna stampa dello scorso anno o, per quanto mi riguarda personalmente, i verbali dei miei interventi in Consiglio Comunale, per rendersi conto che il presupposto irrinunciabile sia sempre consistito nella sicurezza dei cittadini. Maggiori controlli, quindi, anche per disincentivare (e punire, se necessario) chi ha intenzione di bivaccare e fare baccano sotto le abitazioni di chi, giustamente, vuole riposare. Fatto salvo questo principio, però, non si puo’ certo pensare di gettare il bambino con l’acqua sporca teorizzando che, se c’è in giro qualche maleducato che si diverte a fare schiamazzi, l’unica soluzione sia quella di chiudere alla mezza bar e locali compromettendo, in un sol colpo, almeno tre punti nevralgici che non possono essere in alcun modo sottovalutati: 1) Gli affari degli esercenti, che già devono fare i conti con una stagione andata a ramengo a causa del maltempo. Questa decisione comporterebbe, per loro, un ulteriore assottigliamento delle entrate e, giocoforza, meno investimenti sul territorio ed una minore necessità di forza lavoro. 2) Allontanare ulteriormente i giovani (e non solo) dalla città, spingendoli a cercare altrove luoghi d’aggregazione e, di conseguenza, esponendoli ai tristemente noti rischi che si corrono di notte sulle nostre strade. Oltretutto, pur essendo un concetto certamente meno alto, bisognerà anche considerare che queste persone andrebbero a spendere i loro soldi in altre realtà (vedi Lugano e Milano) causando, quindi, un’ulteriore perdita di ricchezza per il nostro territorio. 3) L’ennesimo, forse mortale, colpo inferto alla “Como città Turistica” da tanti evocata durante le campagne elettorali ma, troppo spesso, sacrificata sull’altare della demagogia e degl’interessi – più o meno velati – di chi una città viva non la vuole manco morto. La vera beffa è che, nonostante i danni che causerebbe, l’ordinanza in questione non riuscirebbe nemmeno a risolvere il problema dei disturbatori. Perché? Il motivo è semplicissimo, ovvero che una città deserta, in cui, tanto per intenderci, non c’è in giro un’anima, è terreno fertile per vandalismi e schiamazzi d’ogni sorta. Altro che deterrente, se il documento venisse approvato, finiremmo tutti cornuti e mazziati. Detto questo, però, permettetemi di tornare un momento alla città turistica, perché lo ritengo l’aspetto d’importanza maggiore, in tutta questa vicenda. Dunque, tutti sappiamo che stiamo attraversando un periodo di vacche molto magre, durante il quale, una qualsiasi classe dirigente, farebbe carte false per incentivare lo sviluppo di quello che, in gergo manageriale, viene chiamato “core business”, ovvero l’attività principale. E quale sarebbe il “core business” di Como, se non il turismo? Guardate, qualche giorno fa sono stato negli Stati Uniti, e non ho trovato una persona che non conoscesse Como ed il suo Lago. Ne parlavano estasiati, mettendola in cima ai loro desideri, insieme a città come Roma, Firenze o Venezia. E noi? Beh, oltre a trascurarla (e questo, visto lo stato di degrado, è chiaramente un eufemismo), oltre a non pensare a servizi di trasporto pubblico degni di questo nome, oltre a non aver mai realizzato una vera proposta culturale (grandi mostre a parte), oltre a mille altre cose che non sto qui ad elencarvi ma che conoscete benissimo, cosa facciamo? Chiudiamo i locali pubblici a mezzanotte, ovvero l’ora in cui, d’estate, il turista o il residente che esce dal ristorante, magari vorrebbe andare a mangiarsi un gelato in santa pace, seduto in Piazza Duomo e, sempre magari, quel gelato vorrebbe gustarselo senza avere l’assillo che, da un minuto all’altro, il bar o la gelateria in questione dovrà abbassare la saracinesca. Una cosa normale dovunque, no? See, magari…

Alessandro Nardone

da L’Ordine del 15 giugno 2011

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