E’ giunta l’ora del ricambio: tre mandati e fine dei doppi incarichi

Il sistema politico è in crisi. Affermazione lapalissiana, non v’è dubbio, ma tristemente certificata dagli’innegabili travagli interni ai due maggiori partiti presenti sulla scena nazionale, il Pdl ed il Pd (o Pdl senza l, come viene beffardamente schernito da una moltitudine di scontenti).

Inutile dire che, per ovvi motivi, mi stanno molto più a cuore le sorti del Popolo della Libertà che non quelle del Partito Democratico anche se, nel quadro di una democrazia bipolare forte e sana, sarebbe auspicabile che entrambi i protagonisti della scena politica godessero di ottima salute, se non altro perché è proprio dalle loro fila che provengono i componenti della classe dirigente del Paese, a tutti i livelli.

Già, la classe dirigente. Vera e propria nota dolente della cosiddetta Seconda Repubblica – tranne rare eccezioni, ci mancherebbe – figlia di quel ricambio generazionale vanamente evocato in periodi elettorali e puntualmente abortito ad urne chiuse. Argomento assai scottante, sul quale si è esposto Matteo Renzi (giovane Sindaco di Firenze) che, in un’intervista a Repubblica, ha detto esplicitamente di voler “rottamare” l’intera classe dirigente del PD, appellandosi ad un articolo dello statuto che prevede l’impossibilità di essere ricandidati dopo tre mandati.

Posizione certamente interessante e condivisibile che, com’era facilmente prevedibile, ha irritato non poco la giurassica nomenklatura piddina, che è talmente fuori dalla realtà (ed i risultati sono li a dimostrarlo) da ritenersi al di sopra di qualsiasi giudizio, anche quello degli elettori. Sì, perché va detto, ed è sempre bene ricordarlo, che i rappresentanti della gauche nostrana sono da sempre affetti da quel complesso di superiorità che li porta a snobbare chiunque non li voti derubricando l’italiano medio, nel migliore dei casi, ad un povero ignorantello fuorviato dalle  malefiche televisioni berlusconiane.

Ma, come dicevo all’inizio, i problemi li abbiamo anche nel Pdl e, se non vogliamo vivere di rimpianti (Gianfranco Fini docet), almeno noi giovani dobbiamo trovare il coraggio di non limitarci a dircelo nei corridoi o al telefono, ma a viso aperto. Proprio come ha fatto Renzi. Tanto per cominciare, bisogna osservare che esiste un serio problema nella qualità media della nostra classe dirigente che, nella maggior parte dei casi, deriva dalla mancanza di un vero criterio di selezione.

Qualche esempio concreto? Certamente, con tanto di nomi e cognomi. Cominciamo con Giorgio Stracquadanio che, nei giorni scorsi, ha candidamente affermato che non troverebbe nulla di strano nel fatto che le donne, per fare carriera politica, venissero selezionate in base alla loro avvenenza fisica. E chissenefrega se ci sono migliaia di militanti che, da anni, lavorano per il partito, fanno campagne elettorali ed amministrano circoscrizioni, comuni e province. Semplicemente raccapricciante, tanto più se consideriamo che Stracquadanio, oltre ad essere Deputato, è anche consigliere del Ministro dell’Istruzione.

Per continuare potremmo parlare di Nicole Minetti, neo consigliere alla Regione Lombardia, eletta nel listino bloccato di Formigoni. Cos’avrà mai fatto la giovane Minetti per meritarsi un posto sicuro in regione, senza nemmeno doversi fare un giorno di campagna elettorale? Si sarà distinta nella sua esperienza di militanza nel partito? Avrà conquistato, a suon di preferenze, un seggio in qualche consiglio comunale? Niente di tutto questo. Eppure, la bella Nicole è li. Tengo a precisare che non ho assolutamente nulla di personale contro di lei ma, come dicevo prima, rappresenta il classico caso stigmatizzato da tutti, all’unanimità. Sì, ma sempre ben al riparo dai taccuini dei giornalisti.

Ringraziando il cielo uno degli esempi opposti ce l’abbiamo in casa, e mi riferisco al Senatore Butti che, nonostante una legge elettorale sulla quale ci sarebbe molto da dire, non solo ha sempre mantenuto vivo il suo legame con il territorio, ma è anche la dimostrazione lampante di come, in politica, si possano raggiungere certi livelli attraverso quelle che definirei “le due M irrinunciabili” nel dna di chi si candida a diventare classe dirigente: Merito e Militanza.

Ed è certamente dalle “due M irrinunciabili” che deve rilanciarsi il nostro partito, a partire dalla nostra Como, il “Mugello del centrodestra”. Infatti, se il Pdl ha davvero l’ambizione di costruire un progetto di ampio respiro, in grado di liberare le energie positive di questo nostro splendido territorio e di regalare un futuro radioso ai nostri figli, beh, non puo’ che raccogliere la sfida del cambiamento.

Per cambiamento intendo il superamento delle logiche dei doppi incarichi e dei mandati infiniti: consiglieri comunali che siedono anche nei consigli d’amministrazione, giunte composte sempre dalle stesse persone e liste elettorali raramente aperte al nuovo. Bisogna, finalmente, prendere coscienza del fatto che una svolta di questo tipo è d’importanza vitale perché nuove persone significano nuove idee, nuovi progetti, nuove soluzioni ai problemi e, soprattutto, nuovi stimoli.

Concetti sostenuti con forza anche dal Presidente Berlusconi che, nel suo intervento ad Atreju (la festa dei giovani del Pdl), ha ribadito la sua ferma intenzione di dare vita ad una vera e propria rivoluzione generazionale per rilanciare il partito unico del centrodestra. Non vediamo l’ora.

Alessandro Nardone per L’Ordine del 25 settembre 2010

Tagged with: , , , , , , , , , , , ,

Add Your Comment

* required

This is a unique website which will require a more modern browser to work!

Please upgrade today!