DOSSIER: IO NON SCORDO

FU GUERRA CIVILE
Li hanno chiamati “anni di spranga”, poi sono diventati “anni di piombo”, ma pochi hanno avuto il coraggio di chiamare quel periodo con il suo vero nome: guerra civile. “Milano era come Belfast – ha più volte ricordato l’onorevole Ignazio La Russa – c’era la guerra civile, ma non tutti lo sapevano”. Era infatti una guerra combattuta all’interno di una quotidianità sfacciata, sgusciando tra le leggi di uno Stato che aveva tutto il potere e la forza necessari per farla cessare… se avesse voluto. Come fece, infatti, quando il terrorismo delle Brigate Rosse sfuggì al suo controllo e incominciò a colpire gli uomini del regime. Ma non si sarebbe mai arrivati al terrorismo se polizia e magistratura avessero fatto il loro dovere già nei primi anni Settanta. Accadde invece che una classe politica tanto astuta quanto vile legò le mani alle Forze dell’Ordine, mentre una magistratura già fortemente compenetrata dalla sinistra si lasciò intimidire o deviare, chiudendo volontariamente non uno, ma entrambi gli occhi, di fronte a quanto accadeva. Se ci si indigna ancora perché, dopo ormai quasi trent’anni, non si è riusciti a far luce praticamente su nessuna delle grandi stragi che hanno insanguinato il Paese, ancora meno attenuanti ci sono per non aver cercato, scoperto, perseguito e punito gli esecutori materiali di tanti agguati omicidi. Come abbiamo visto, agli assassini di Sergio Ramelli si arrivò praticamente “per caso”, grazie ai racconti di qualche pentito e solo dieci anni dopo il delitto. Ma se fossero state fatte subito adeguate indagini, pochi interrogatori e qualche perquisizione, i colpevoli sarebbero stati scoperti nel giro di pochi giorni, come beffardamente ha dichiarato, durante il processo, Giovanni Di Domenico, definendo “un segreto di Pulcinella” le responsabilità del servizio d’ordine di Avanguardia Operaia. Se ciò fosse stato fatto sarebbero stati evitati molti altri lutti. Al contrario l’atteggiamento apatico e vile del potere appare oggi come un sostanziale atto di complicità, che diede all’estremismo di sinistra la certezza dell’impunità. E fu così che lo scontro si fece ogni giorno più duro e la guerra civile divenne una realtà vissuta quotidianamente, pur nell’apparente “normalità”. E come ogni guerra anche questa ebbe il suo bilancio di morti e di feriti, anche se pochi sanno davvero quanti furono.

UN BILANCIO AGGHIACCIANTE
Per dimostrare, quindi, che non si trattò solamente di episodi marginali, ma di un atroce scontro generazionale, bisogna ricorrere alle cifre pubblicate dal “Corriere della sera” del 28 gennaio 1988 sulla base di dati ufficiali resi noti dal Ministero dell’Interno. E queste cifre sono terribili. Nei quindici anni che vanno dal 1969 al 1984 gli attentati (di qualsiasi natura o entità) sono stati 14.495 di cui 343 con morti e feriti. Pauroso il conto delle vittime accertate in quei 15 anni: 394 morti e 1.033 feriti…
Perché diciamo “vittime accertate”? Perché il bilancio ufficiale non tiene conto di decine e decine di morti non attribuite direttamente ad episodi di violenza. E’ il caso, per esempio, di Bruno Giudici, padre di Enzo, militante del Fronte del gioventù. E’ il 3 aprile 1977 e sta mangiando una pizza con il figlio, nel popolare quartiere Talenti di Roma, quando una dozzina di estremisti di sinistra fa irruzione per aggredire il ragazzo. Inutilmente il padre cerca di opporsi al pestaggio, rimanendo anch’egli colpito. Quando gli aggressori fuggono il figlio è a terra pesto e sanguinante. Il padre lo aiuta a tornare a casa, ma pochi minuti dopo viene colto da malore e muore. Il referto parla di collasso cardiocircolatorio, il che lo esclude dalla lista ufficiale delle vittime della guerra civile degli anni Settanta, tuttavia…
E’ anche il caso di un ragazzo inglese di sedici anni, Peter Walker. Studia al Liceo Corridoni di Milano e, un giorno che è in corso il solito sciopero con annesso corteo di studenti e operai, si presta volentieri a dare un passaggio in motorino a uno dei “capetti” del Movimento Studentesco della sua scuola, di nome Sironi. Mentre risale il corteo, Peter non si accorge che Sironi sta facendo ampi gesti all’indirizzo dei mazzieri del servizio d’ordine, lo sente però gridare: “E’ lui. E’ fascista”. Neanche il tempo di pensare e già Peter è sotto i colpi delle spranghe. Solo l’intervento di alcuni operai riesce a sottrarlo alla furia del servizio d’ordine di Capanna prima che sia troppo tardi. Ricoverato in ospedale gli viene riscontrato un trauma cranico ma il ragazzo, poco dopo, fa ritorno a casa. Fin qui sarebbe solo una storia di ordinaria violenza e di stupida vigliaccheria – ingredienti entrambi comuni in quegli anni – sennonché, qualche giorno dopo, Peter, mentre segue in motorino l’ambulanza che porta in Ospedale sua madre sofferente, ha un “giramento di testa”, un improvviso malore. Cade a terra e muore…
Sono solo due dei molti casi di vittime “non accertate”, la cui morte non può essere “direttamente” ricondotta ad un attentato o ad un’aggressione. Ad esse vanno anche aggiunti quanti persero la vita pochi mesi o pochi anni dopo aver subìto gravissime lesioni o chi, come il padre di Francesco Ciavatta, si suicidò non sopportando il dolore per la perdita del figlio. Tutte vittime che sfuggono alle statistiche, ma che sono egualmente riconducibili al clima di violenza di quegli anni. Ma se per la maggior parte di queste storie è praticamente impossibile trovare riscontri sulla stampa, per il caso di Bruno Giudici abbiamo invece rinvenuto un accorato commento apparso il giorno dopo su “l’Osservatore romano” che scrive: “E’ un fatto di crudeltà inumana, di una violenza vile e cieca che non si è fermata dinanzi al padre che si esponeva per la sua creatura. Nessuna umanità, cuori fatti di pietra”. Parole forti e coraggiose che ben definiscono l’estremismo comunista; un duro monito che, purtroppo, non sortì alcun effetto.

LA STRAGE DEGLI INNOCENTI
Tornando alle nostre terribili cifre diciamo subito che il bilancio più grave è stato quello determinato dalle otto grandi stragi che complessivamente hanno causato la morte di 151 persone e il ferimento di altre 693. Ricordiamole: 1969, piazza Fontana a Milano (17 morti); 1970, treno a Gioia Tauro (6); 1972, Peteano (3); 1973, Questura di Milano (4); 1974, piazza della Loggia a Brescia (8) e treno Italicus (12); 1980, stazione di Bologna (85); 1984, rapido 904 (16).
Come purtroppo ben si sa, solo per gli attentati di Peteano e della Questura di Milano sono stati arrestati e condannati gli esecutori materiali. Per le altre stragi si è arrivati quasi sempre a sentenze incomplete, contraddittorie o palesemente paradossali; si pensi all’assurdo degli ormai otto processi per piazza Fontana o alla vergognosa sentenza per Bologna. Rimane così il lecito dubbio, che è ormai un’opinione condivisa da molti, che questi attentati siano state voluti, organizzati o comunque “coperti” da apparati dello Stato proprio per fomentare quel clima di tensione che consentiva alle forze politiche di centro e di sinistra di governare insieme in nome della “solidarietà nazionale”.
Tuttavia, se le stragi hanno il triste record dei morti, l’estremismo di sinistra non è certo da meno. Dal 1969 al 1984 i variegati gruppi comunisti hanno massacrato niente meno che 149 persone. I morti causati dall’estremismo di destra sono stati invece 26. Ci sono anche 50 italiani rimasti vittime del terrorismo internazionale (soprattutto di quello palestinese). Rimangono infine 18 vittime “non attribuibili con certezza”: una definizione generica dietro cui si nascono – come spesso avvenuto anche nell’immediato dopoguerra – casi insoluti o misteriose vendette.

DUE PESI E DUE MISURE
Già dalla pura e semplice analisi delle cifre delle vittime, che abbiamo appena fatto, risulta palese lo squilibrio delle forze in campo. Ma è necessario, per amore di verità e di storia, fare anche altre distinzioni, meno fredde e crude di quelle statistiche.
Non intendiamo, sia chiaro, fare differenze tra i morti, ma porre alcuni distinguo. Primo fra tutti quello forse più banale, eppure sostanziale, tra chi aggredisce e chi, invece, subisce l’aggressione. Analizzando le cronache di quegli anni di guerra civile, scopriamo infatti che la maggior parte dei militanti di sinistra che hanno tragicamente perso la vita, sono stati colpiti (dalle forze dell’ordine o da militanti di destra) nel corso di scontri di piazza o mentre, insieme ad altri compagni, stavano perpetrando aggressioni: in entrambi i casi essendo dunque “parte attiva” di un’azione in armi e non subendo passivamente una proditoria imboscata.
E’ il caso, a Milano, di Saverio Saltarelli ucciso il 12 aprile 1970 durante scontri con la polizia. Alla stessa maniera, il 23 gennaio 1973, davanti all’Università Bocconi, viene colpito dalla polizia Roberto Franceschi. Il 16 aprile 1975 (come già ricordato) viene invece ucciso Claudio Varalli, raggiunto da un colpo di pistola sparato da un giovane di destra aggredito, a colpi di chiavi inglesi, dal gruppo di cui Varalli faceva parte. Il giorno dopo, Gianni Zibecchi muore investito da un camion dei Carabinieri, che correva sotto una fitta sassaiola, durante i durissimi scontri intorno alla sede del MSI. Ed è anche il caso, a Roma, di Walter Rossi, ucciso dopo un assalto alla sezione del MSI di viale delle Medaglie d’Oro.
Tuttavia, seppure in numero decisamente minore, ci sono stati anche agguati e vili aggressioni perpetrate da estremisti di destra. Di una di queste rimase vittima Alberto Brasili, accoltellato nei pressi di piazza San Babila, a Milano, il 25 maggio 1975. I suoi aggressori furono immediatamente identificati e arrestati. L’autore del delitto fu condannato ad una pena severissima e – almeno per quanto ci risulta – completamente scontata in carcere.
Qui sta l’altra amara differenza: la Giustizia ha avuto sempre due pesi e due misure. Rapida e spietata nel colpire – giustamente – i reati commessi a destra e invece latitante, paralizzata, tardiva o addirittura connivente nelle inchieste sui morti “fascisti”. Due pesi e due misure utilizzati anche quanto i morti erano servitori dello Stato: si confrontino le pesantissime condanne, scontate fino all’ultimo giorno, per la morte dell’agente Marino e la mancanza totale di condanne per la morte dell’agente Annarumma: il primo ucciso durante scontri con la destra, il secondo durante scontri con la sinistra.
Vergognoso, in questo senso – anche dopo più di vent’anni – il bilancio delle inchieste sugli omicidi di ventuno appartenenti alla destra politica, cittadini innocenti che hanno pagato con la vita soltanto a causa delle proprie idee e della scelta di militare in un partito che si voleva eliminare con la violenza. In soli due casi: quelli relativi agli omicidi di Ramelli e di Favella gli assassini hanno scontato (seppur in tempi molto diversi e solo parzialmente) la pena inflitta con sentenza definitiva. Nei casi di Recchioni e Giaquinto, uccisi dalle Forze dell’ordine, vi furono condanne irrisorie dei responsabili, senza detenzione. Nei casi dei due fratelli Mattei e di Mantakas agli assassini, pur identificati e arrestati, fu consentito di fuggire all’estero tra una fase processuale e l’altra. Nei casi di Mazzola, Giralucci e Pedenovi i responsabili, identificati molti anni dopo come appartenenti alle BR o a Prima Linea, risultano “pentiti” o dissociati e, pur avendo subìto condanne per numerosi altri fatti di sangue, sono oggi in libertà.
Ma per undici degli omicidi che andremo più avanti ad elencare – ovvero più della metà dei casi – gli assassini non sono mai stati neppure identificati… Essi sono ancora tra noi. Forse, come ci ha insegnato il processo Ramelli, si sono ricostruiti una vita borghese o, forse, si sono suicidati tra droga e disperazione. Ma non è neppure escluso che facciano ancora parte di organizzazioni politiche di quella sinistra che è stata, fino al maggio 2001, alla guida della nazione…

VENTI NOMI, UNA STORIA
Quello che andremo a fare tra poco è quindi un tragico elenco di storie tutte uguali e tutte diverse. Tutte eguali nella ferocia e nella barbarie, tutte diverse nei volti giovani o anziani delle vittime, militanti del Fronte della gioventù, del Fuan, della Cisnal o del Movimento Sociale Italiano.
Non appaia questa una discriminazione, né un chiamarsi fuori dalla realtà di quegli anni. Sappiamo bene che la destra ebbe anche una sua componente estrema, le cui vittime sono tutte parti di un unico capitolo di sangue. Non vogliamo, quindi, e non possiamo dimenticare quei giovani che, in anni atroci, hanno fatto scelte estreme pagando con la vita la loro coerenza; ragazzi come Giancarlo Esposti, Franco Anselmi o Alessandro Alibrandi la cui vita è terminata sotto i colpi delle Forze dell’ordine o – più tristemente ancora – come Riccardo Minetti, Nanni De Angelis o Giorgio Vale dichiarati ufficialmente morti “suicidi” in circostanze che è eufemistico definire “misteriose”.
Noi qui, però, vogliamo ricordare il sacrificio di quegli uomini che mai impugnarono armi che non fossero quelle della politica e che, tra il 1970 e il 1983, furono assassinati con ferocia e vigliaccheria in agguati proditori. Come Sergio Ramelli, la loro sola colpa era di essere attivisti politici che professavano le proprie idee alla luce del sole.
Si tratta quindi di altre venti storie che “fanno ancora paura”, anche se molti le avranno dimenticate; venti ferite che non si possono ancora rimarginate, proprio per il profondo senso di orrore e d’ingiustizia che portano con sé.
Eppure le vicissitudini di questi martiri, emblemi di coerenza, di coraggio e di onestà, potrebbero rappresentare altrettante pietre miliari sulla strada di un popolo che dalla sconfitta, dal declino morale e civile, cercasse ci risalire verso vette di maggior civiltà.

PAOLO DI NELLA

«Noi purtroppo non siamo ancora un’élite, perché se lo fossimo sapremmo certamente guidare il nostro popolo sulla via nuova. Per ora siamo soltanto delle persone che cercano di essere uomini, uomini e donne che vivono uno stile di vita autentico; ma per essere degli uomini nuovi non basta credere in determinati valori, è necessario viverli e temprarli nell’agire, quotidianamente: questa è in parte l’importanza di fare politica. Rivoluzione non è qualcosa di astratto, che sa di miracolo : è qualcosa che si costruisce giorno per giorno, pezzo per pezzo, sbagliando e riprovando, anche col sacrificio personale, anche riuscendo a superare tanti problemi contingenti che si presentano e che spesso, anche se sembrano tanto grandi ed insormontabili, se solo li si prova a guardare con un’ottica diversa, risultano delle inezie».

PAOLO DI NELLA

Oltre il silenzio… per non dimenticare

L’aggressione…

Paolo amava il suo quartiere, e proprio in nome di questo amore aveva programmato una battaglia per l’esproprio di Villa Chigi, che voleva far destinare a centro sociale e culturale. Per far partecipare gli abitanti del quartiere a questa battaglia sociale, il 3 febbraio sarebbe dovuta cominciare una raccolta firme degli abitanti della zona.

Paolo, impegnato in prima persona nell’iniziativa, aveva dedicato gran parte della giornata del 2 febbraio ad affiggere manifesti che la rendevano pubblica. Dopo una breve interruzione, l’affissione riprese alle 22.00. Durante il percorso non ci furono incidenti, anche se Paolo e la militante che lo accompagnava notarono alcune presenze sospette.

Verso le 24.45 Paolo si accingeva ad affiggere manifesti su un cartellone, situato su uno spartitraffico di Piazza Gondar, di fronte alla fermata Atac del 38. Qui sostavano due ragazzi, apparentemente in attesa dell’autobus (N.B. in Viale Libia, non esistendo una linea notturna, dopo le 24.00 non passavano autobus). Non appena Paolo voltò loro le spalle per mettere la colla, si diressero di corsa verso di lui.

Uno di loro lo colpì alla testa. Poi sempre di corsa, fuggirono per Via Lago Tana.
Paolo, ancora stordito per il colpo, si diresse alla macchina, da dove la ragazza che lo accompagnava aveva assistito impotente a tutta la scena. Dopo essersi sciacquato ad una fontanella la ferita, ancora abbondantemente sanguinante, Paolo riportò in sede i manifesti e il secchio di colla.

Verso l’1.30, rientrò a casa. I genitori lo sentirono lavarsi i capelli, muoversi inquieto e lamentarsi. Lo soccorsero chiamando un’ambulanza, che però arrivò quando ormai Paolo era già in coma. Solo nella tarda mattinata del giorno dopo, il 3 febbraio (tardi, maledettamente tardi per le sue condizioni), Paolo venne operato, e gli vennero asportati due ematomi e un tratto di cranio frantumato.

Le indagini…

Le prime indagini furono condotte con estrema superficialità dal dirigente della Digos romana incaricato del caso, il dott. Marchionne.

Non ci furono infatti né perquisizioni né fermi di polizia per gli esponenti dell’Aut.Op. del quartiere Africano. La ragazza che era con Paolo, unica testimone dell’agguato, venne interrogata dagli inquirenti che, più che all’accertamento dei fatti, sembravano interessati alla struttura organizzativa del Fronte della Gioventù e ai nomi dei suoi dirigenti. Tutto per dar corpo, come avvenne nel ’79 per l’omicidio di Francesco Cecchin, all’ignobile storiella della “faida interna”.

L’istruttoria sembrò avere una solerte ripresa quando al capezzale di Paolo arrivò anche l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Passato però il momento di risonanza dovuto a questo gesto, tutto sembrò tornare ad essere chiuso in un cassetto.

La sera del 9 febbraio, dopo 7 giorni di coma, la solitaria lotta di Paolo contro la morte giunge al termine: si spegne alle 20.05.

Ai militanti del Fronte della Gioventù che in tutti quei giorni si erano stretti intorno ad una speranza disperata, vegliando al suo capezzale, quasi a voler proteggere Paolo e difenderlo come non erano riusciti a fare quando era vivo, non restò che vegliare il suo corpo. Seguirono giorni di forte tensione: lo striscione commemorativo affisso a Piazza Gondar venne strappato e deturpato più volte; sui muri comparvero scritte inneggianti all’assassinio di Paolo. Il tutto condito da discorsi e commenti disinvolti e gratuiti trasmessi da radio onda rossa.
Dopo il 9 febbraio, finalmente, gli inquirenti si decisero, almeno apparentemente, a dare concretezza alle indagini. Vennero allora fatte alcune perquisizioni nelle case dei più noti esponenti dei Collettivi autonomi di Valmelaina e dell’Africano.

Uno dei massimi sospettati era Corrado Quarra, individuato perché non nuovo ad aggressioni a
ragazzi di destra e molto somigliante all’identikit fornito dalla testimone.

Dopo aver tentato varie volte di sottrarsi all’incontro con i magistrati, comportamento che non fece altro che confermare i sospetti su di lui, venne emanato a suo carico un ordine di arresto per concorso in omicidio volontario, eseguito per caso la notte del 1 agosto ’83. In un confronto all’americana Daniela, la ragazza che era con Paolo quella notte, lo riconobbe come colui che materialmente colpì Paolo. In conseguenza dell’avvenuto riconoscimento il fermo di polizia a suo carico divenne ordine di cattura per concorso in omicidio volontario aggravato da futili motivi.

Visti i risultati, si era quasi sicuri ormai di poter arrivare allo svolgimento del processo e all’individuazione anche del secondo aggressore.

Dopo 3 mesi di silenzio, il 3 novembre la testimone venne convocata per il secondo riconoscimento. Concentrandosi sulle caratteristiche somatiche della persona che accompagnava lo sprangatore, Daniela indicò il secondo presunto aggressore.
A questo punto si rivelò il tranello in cui era caduta: il giovane da lei riconosciuto non era l’indiziato (Luca Baldassarre anche lui autonomo dell’Africano) ma un amico da lui appositamente scelto per via della grande somiglianza. Il giudice istruttore dr. Calabria, che peraltro aveva un figlio simpatizzante degli ambienti dell’autonomia dell’Africano, disse allora beffardamente alla ragazza che, se aveva sbagliato il secondo riconoscimento poteva aver sbagliato anche il primo. Discorso preparatorio finalizzato a facilitare la scarcerazione di Quarra, che avvenne, con proscioglimento da tutte le accuse, il 28/12/1983. Questo avvenimento, che segnò la fine delle indagini sull’omicidio di Paolo, passò sotto silenzio. Se ne avrà infatti notizia solo il 30/05/1984, grazie ad un comunicato stampa del Fronte della Gioventù.

LA GRANDEZZA NON E’ MAI VANA.
LE VIRTU’ CONQUISTATE NEL
DOLORE E NEL SACRIFICIO
SONO PIU’ FORTI DELL’ODIO
E DELLA MORTE.
COME IL SOLE CHE SCATURISCE
DALLE NOTTI PROFONDE PRESTO
O TARDI RISPLENDERANNO!

PAOLO E’ VIVO!

FRANCESCO CECCHIN

Raccontate che lottava per un popolo
Raccontate lo schianto del suo corpo
Raccontate del sangue sul selciato
Urlate a chi non vuol sentire

LUI VIVE, LUI COMBATTE.

L’ANTEFATTO

Siamo nel maggio del 1979 e la tensione nella zona di Roma Est è piuttosto alta a causa delle continue provocazioni perpetrate da aderenti al P.C.I. del quartiere ai danni di militanti del Fronte della Gioventù e delle loro sezioni. Ai primi del mese viene compiuto da questi “attivisti” comunisti un attentato incendiario contro la sede del M.S.I.-F.d.G. di viale Somalia 5 che viene seguito, nei giorni successivi, da numerose azioni di disturbo della normale attività del “Fronte” condite con minacce varie ed atteggiamenti aggressivi. In tutti questi episodi viene notata la presenza di un’automobile Fiat 850 bianca che risulterà poi fondamentale nel seguito della vicenda.
La sera del 28 maggio, intorno alle ore 20, quattro ragazzi del F.d.G., tra cui Francesco Cecchin, si recano in piazza Vescovio per affiggere manifesti, ma vengono subito notati da un gruppo di militanti della sezione comunista di via Monterotondo, che danno inizio alla sistematica copertura di tali manifesti; un giovane cerca di impedire il proseguimento dell’azione provocatoria, ma viene circondato da una ventina di attivisti del PCI, capeggiati da Sante Moretti che, dopo aver allontanato in modo spiccio un agente di P.S. in borghese chiamato ad intervenire, si rivolge ai ragazzi del Fronte con affermazioni del tono: “…vi abbiamo fatto chiudere via Migiurtinia, vi faremo chiudere anche viale Somalia…”; alla fine, volgendosi verso Francesco Cecchin, lo apostrofa così: “TU STAI ATTENTO, CHE SE POI MI INCAZZO TI POTRESTI FARE MALE!”.

L’AGGUATO

La stessa sera, intorno alla mezzanotte, Francesco Cecchin scende di casa insieme alla sorella per una passeggiata fino a via Montebuono, dove un suo amico lavora in un ristorante; verso le 24:15, mentre i due ragazzi sono fermi davanti all’edicola di piazza Vescovio, spunta una Fiat 850 bianca che compie una brusca frenata davanti a loro; dall’auto scende un uomo che urla all’indirizzo di Francesco: “… E’ lui, è lui, prendetelo!”. Intuendo il pericolo e, probabilmente, riconoscendo l’aggressore, Francesco fa allontanare la sorella e corre in direzione di via Montebuono, inseguito dagli occupanti della macchina, che nel frattempo il suo guidatore sposta fino all’imboccatura della stessa via Montebuono. La sorella, intanto, si getta vanamente al loro inseguimento, urlando: “Francesco, Francesco!”; le sue grida vengono udite da un giovane che, sceso in strada, nota un uomo darsi alla fuga verso via Monterotondo e qui salire sulla Fiat 850 bianca che si allontana velocemente. Dopo aver telefonato alla Polizia, il giovane viene raggiunto da un inquilino dello stabile di via Montebuono 5 che lo informa della presenza, sul suo terrazzo sottostante di cinque metri il piano stradale, di un ragazzo che giace esanime al suolo; il giovane, giunto sul posto, riconosce in quel ragazzo il suo amico Francesco Cecchin. Il corpo è in posizione supina ad una distanza di circa un metro e mezzo dalla base del muro; perde sangue da una tempia e dal naso e stringe ancora nella mano sinistra un mazzo di chiavi, di cui una che spunta dalle dita è storta, e in quella destra un pacchetto di sigarette.

GIUSTIZIA NON È FATTA

A questo punto, mentre sarebbe stato lecito attendersi immediate indagini da parte delle forze dell’ordine, si assiste invece all’affrettarsi di tutti a liquidare l’accaduto come un incidente. Secondo alcuni Francesco, “impaurito”, avrebbe scavalcato il muretto del cortile senza rendersi conto che al di sotto ci fosse un salto di cinque metri. Altri hanno addirittura negato che vi fosse stata una colluttazione tra il giovane e i suoi aggressori, come ha fatto il commissario Dott. Scalì.

Apparendo questa versione sospetta, mentre alcuni militanti del F.d.G. vegliano Francesco in coma, altri cominciano a fare indagini private, che portano a scoperte molto interessanti: innanzi tutto si viene a sapere che Francesco conosceva molto bene quel palazzo e il suo cortile, in quanto ci abita un suo amico; inoltre risulta strano che il corpo sia stato trovato in posizione supina, anziché riversa, tipica di chi si lancia, e senza fratture agli arti, inevitabili quando si effettua un salto volontario da una simile altezza. L’ipotesi che Francesco sia stato gettato di peso viene inoltre avvalorata da altri due particolari: il trauma cranico, sintomo che il peso dell’impatto al suolo si è scaricato tutto sulla testa, e il fatto che questa si trovi più vicina al muro rispetto ai piedi.

La chiave piegata tra le dita di una mano e il pacchetto di sigarette nell’altra sono una prova ulteriore che gli aggressori hanno gettato il corpo di Francesco, già esanime, al di là del muretto che delimita il terrazzo: chi pensa di lanciarsi oltre un ostacolo cerca infatti di avere le mani libere.

Che prima di questo tragico epilogo ci sia stata una colluttazione è dimostrato dalla chiave piegata rinvenuta tra le dita di Francesco, sicuramente usata come arma di difesa contro i suoi assassini. Anche le ferite riscontrate su tutto il corpo confermano la tesi dell’aggressione, essendo queste di natura traumatica e riconducibili a colpi ben assestati da persone esperte.

A rendere inconfutabili queste tesi altri due importanti elementi: le tracce di sangue riscontrate sul pavimento del cortile lunghe alcuni metri fino al bordo del muretto e la dichiarazione resa da alcuni testimoni che affermano di avere udito: “LE GRIDA DI UN RAGAZZO, POI ALCUNI ATTIMI DI SILENZIO… E INFINE UN FORTE TONFO NON ACCOMPAGNATO DA ALCUN GRIDO”. Risulta difficile credere che una persona possa gettarsi spontaneamente giù da un muro alto cinque metri senza emettere neanche il minimo suono vocale.

Il 16 giugno, dopo 19 giorni di coma, Francesco muore.

Le indagini infine partirono ma tardi e male. Stefano Marozza, militante del PCI e proprietario della famigerata 850 bianca, fu arrestato. Disse di essere andato a vedere un film al cinema ma gli inquirenti verificarono che, quella sera, il cinema indicato da Marozza era chiuso per turno di riposo. Ciò nonostante la potente macchina di copertura del PCI si mise in moto e mentre le indagini proseguivano a rilento e non ci si preoccupava di verificare chi poteva essere insieme al Marozza, questi venne fornito di un nuovo alibi, questa volta perfetto; ogni prova ed ogni riscontro venne fatto sparire.

Anni dopo il giudice, scrivendo la sentenza, dovrà dichiarare che se egli non era in grado di condannare l’imputato, se non era stato possibile fare piena luce sull’omicidio Cecchin, questo doveva essere ascritto ai ritardi nelle indagini di quei giorni, al modo di procedere degli investigatori, al punto che il magistrato ipotizza possibili procedimenti nei confronti degli organi di Pubblica Sicurezza.

Ma noi non abbiamo mai perso la speranza che sia fatta finalmente giustizia. L’importante è non dimenticare. Mai.

ANGELO MANCIA

12 marzo 1980

Parlare di Angelo Mancia vuol dire, per chi lo ha conosciuto e gli è stato amico, parlare soprattutto di un grande attivista del Movimento Sociale Italiano. Dotato di grande carisma, forte personalità e soprattutto di una forte carica umana; il suo nome è legato in maniera indissolubile a quello della “mitica” Sezione Talenti dell’MSI, quella di Via Ferdinando Martini 29. Quando nel 1975 mi chiese di aiutarlo a rilanciare l’attività politica nel “suo” quartiere Talenti, il suo entusiasmo mi contagiò ( e come sarebbe potuto essere altrimenti?) e nacque così un amicizia, una vera amicizia, che solo il vile attentato del 12 marzo 1980 riuscì ad interrompere tragicamente…

Talenti alla fine degli anni ’70

Nato e sviluppatosi negli anni ’60 ad opera dei soliti palazzinari senza scrupoli, con strade strette e senza strutture pubbliche, Talenti, è ben presto diventato un quartiere dormitorio senza spazi per i giovani, costretti per vedersi a formare le solite comitive davanti ai bar della zona. Era proprio tra queste comitive che Angelo era diventato assai popolare. Simpatico ed irruento, dall’atteggiamento guascone ma allo stesso tempo rassicurante, Angelo riusciva a convincere i giovani di Talenti, che la mattina erano tormentati nei licei “rossi” della zona (Orazio e Archimede in testa…) a lasciare i bar e le bische ed a frequentare la “Sezione di Via Martini”. In poco tempo si creò un gruppo molto unito che oltre alla militanza politica iniziò a dividere una grande amicizia. La militanza politica si alternò quindi ai momenti di svago, tutti trascorsi insieme: si andava insieme a sciare o al mare, mentre a primavera tutti eravamo concentratissimi sul torneo “Fiamma” che per diversi anni fu accanitamente conteso tra tutte le sezioni missine di Roma. Talenti era però accerchiato da veri e propri feudi “rossi” (da una parte S. Basilio e dall’altra Tufello e Val Melaina con il tristemente noto collettivo autonomo) ed era quindi facilmente raggiungibile dai “gruppettari”. Qui più che in altre zone si viveva quindi in attesa delle immancabili aggressioni e provocazioni. Più volte respinti in piazza, ai compagni non restò che adottare tattiche di partigiana memoria quali l’agguato, l’imboscata e l’attentato dinamitardo notturno. Un po’ tutti noi, chi prima chi dopo, chi in un modo chi in un altro ne rimanemmo vittime.
Quando poi con l’istigazione dei partiti di regime, la complicità della stampa e la copertura delle istituzioni si scatenò una vera e propria persecuzione nei confronti della Destra e dei suoi militanti che assunse a Roma la forma di una vera e propria guerra civile “strisciante”, agguati, assalti ed attentati alle nostre sedi e ai nostri militanti non si contarono più. ” Talenti” pagò allora un prezzo assai alto con l’assassinio, nel 1977, di Bruno Giudici, papà di Enzo, intervenuto in difesa del figlio aggredito sotto casa, e con quello, nel 1979, di Massimo Cecchetti avvenuto davanti al ” Baretto ” di Largo Rovani. Riuscirono anche a chiuderci la sezione, in base alla famigerata legge sui “Covi”, quando, in seguito ad una delle tante perquisizioni di “regime” venne trovata una tanica che, a detta degli inquirenti, doveva aver contenuto benzina per fare attentati e che, a seguito di successive analisi i cui risultati vennero rivelati solo dopo tre anni, risultò aver contenuto solo colla per manifesti! Angelo riuscì tuttavia a tenere unito il gruppo e continuammo ad essere presenti sul nostro territorio e dovunque servisse la nostra presenza in supporto dei camerati degli altri quartieri… …si arrivò poi, purtroppo, al 1980…

Marzo 1980

Il mese di marzo del 1980 rimane una tappa indiscutibilmente tragica nella triste storia del terrorismo rosso a danno del mondo anticomunista, di quel nostro mondo così fiero da restare in piedi di fronte ai drammi più immani. Quando il 7 di quel mese ignoti avevano cercato la strage nella tipografia del “Secolo d’Italia”, facendo esplodere due bombe, si credette che l’apice della violenza sanguinaria e barbara, posta in essere dal marxismo, fosse stato ormai raggiunto. Non era purtroppo così.Infatti domenica 10 marzo gli assassini rossi, non riusciti nel loro intento omicida al “Secolo” ci riprovavano, ritentavano la strage. Volevano uccidere i militanti del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna, sede provinciale dell’organizzazione giovanile. La fortuna volle che un giovane entrato in uno sgabuzzino per prendere un pennello, vide una borsa sospetta. Avvisato il locale comando dei carabinieri; l’artificiere, una volta tanto prontamente arrivato, disinnescò l’ordigno contenuto nella borsa alle 11:28, appena due minuti di ritardo e sarebbe esploso, con chissà quali conseguenze. Ancora una volta non erano riusciti ad uccidere. I compagni organizzati in “volante rossa”, questo l’appellativo che si erano dati i protagonisti dell’attentato al “Secolo d’Italia”, firmavano anche questa volta la tentata strage, il loro disegno criminoso, andato in fumo grazie alla prontezza di uno dei giovani militanti del Fronte della Gioventù. Ancora una volta contro il coraggio e la forza delle idee , il comunismo dimostrava di saper rispondere solamente con il tritolo, con le bombe, alla ricerca di stragi. Il bisogno di sangue non si poteva quindi placare, non avevano potuto ben vendicare il compagno Valerio Verbano.

Dall’esecuzione di Verbano all’assassinio di Angelo Mancia

In quei giorni un grave fatto aveva contribuito a ridestare un clima di antifascismo militante, di caccia all’uomo. Era morto in circostanze oscure Valerio Verbano, militante dell’Autonomia Operaia. I comunisti addossarono subito all’ambiente di destra la responsabilità di quell’assassinio, nonostante nessuno lo avesse rivendicato e non avesse alcun significato l’omicidio di un esponente che nell’estrema sinistra, aveva un ruolo non di primo piano. Ciò nonostante fu affisso un manifesto, in quei giorni, che prometteva una pronta vendetta del Verbano, c’era scritto che non sarebbero bastate “100 carogne nere”. Purtroppo, ancora una volta, la magistratura non intervenne, gli autori del manifesto, firmato dai compagni dell’Autonomia non vennero arrestati, quasi che non fossero noti alla questura. L’11 marzo colpirono ancora, ed ancora una volta si sbagliarono, volevano uccidere questa volta un dirigente romano del MSI ed andarono sotto casa sua ad aspettarlo. Spararono, più volte, contro colui che credettero essere il loro obiettivo, rivendicarono il crimine convinti di essere riusciti nel loro intento, invece avevano sbagliato ancora una volta, avevano assassinato un cuoco, Luigi Allegretti, tra l’altro iscritto alla CGIL, che nel buio avevano confuso con il militante missino designato. L’attentato al “Secolo”, la bomba alla sede di via Sommacampagna, l’omicidio per “sbaglio”, così fu etichettato dalla stampa a noi avversa, quasi che se i terroristi avessero colpito chi desideravano sarebbe stato giudicato un omicidio “giusto”, non erano riusciti a dare agli odiati “fascisti” una risposta precisa all’omicidio di Valerio Verbano. Ci voleva un fatto eclatante, infatti in quei giorni numerose abitazioni di militanti del MSI furono bombardate dal tritolo sovversivo e sempre per puro caso non ci furono danni alle persone. Bisognava colpire un simbolo, una persona che non aveva mai avuto paura di loro, qualcuno che aveva sempre risposto in prima persona alle loro provocazioni, con il coraggio della lotta a viso aperto, incurante del numero degli avversari e sicuro della propria fede, uno che non si sarebbe mai piegato se non a causa di un colpo di pistola! Avevano trovato quella persona, quel “fascista di razza” (così lo definirono nel volantino di rivendicazione), era Angelo Mancia, segretario della sezione Talenti, dipendente del “Secolo d’Italia”, rappresentante sindacale aziendale (RSA) della CISNAL. Stava uscendo di casa, poco dopo le 8:30 di quel 12 marzo, come ogni giorno diretto al lavoro, come addetto ai servizi esterni del “Secolo” e della Direzione Nazionale del Partito; ad attenderlo c’erano i suoi assassini, appostati dietro un furgone blu posteggiato davanti al cancello di via Tozzi 10,da dove Angelo stava uscendo, avvicinandosi al proprio motorino. Bastò un attimo per rendersi conto di quanto stava succedendo. Visti i terroristi, Angelo cercò rifugio nel portone di casa, non fece in tempo, il fuoco assassino dei comunisti lo raggiunse alla schiena; non contenti, gli assassini spararono ancora, alla nuca, volevano essere sicuri di non aver fallito anche questa volta.

Il funerale di Angelo

Le barricate per un ora erano cadute, ma solo per quella triste ora, quando il mondo “democratico” sembrava essersi stretto intorno al nostro lutto. Subito dopo durante lo stesso corso dei funerali, il volto sanguinario del regime, che aveva armato la mano dei delinquenti rossi, riappariva spettrale e fanatico. Già la mattina del 14 marzo alcuni giornali cominciavano, odiosamente, a disegnare variegati volti di Angelo Mancia: squadrista, picchiatore, furono alcuni epiteti con cui dei pennivendoli al soldo del sistema cercarono di infangare il nome del Martire. La stampa antifascista, doveva in qualche modo “giustificare” o “attenuare” quest’omicidio, tanto, dicevano alla Rai e scrivevano sui giornali, era un violento. Niente di più falso, lo ribadiamo. Il fatto che egli fosse un ragazzo di destra “pulito” era dimostrato anche dal suo certificato penale che dichiarava in relazione alle sue presunte colpe: NULLA! Sotto scrosci di pioggia battente, insieme con i familiari, tantissime persone accompagnarono Angelo alla Basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri, dove veniva officiato il rito funebre, dando la dimostrazione con la presenza attiva e silenziosa, che dietro ogni nostro caduto altri giovani erano pronti a continuare la lotta in nome di chi era stato vilmente assassinato. Tanta era la commozione. Insieme ai fiori, alle corone, ai cuscini, c’era una corona su cui era scritto: “Caro Angelo, il tuo ricordo sarà sempre nel nostro cuore, insieme con il nostro Francesco, che ti voleva molto bene. Valeria, Maria Carla e Antonio Cecchin”: la comunione nel martirio. Terminato il sacro rito, il Segretario del Partito, on. Giorgio Almirante pronunciava una toccante orazione funebre. Era andato, nel dolore, tutto bene, la commozione prevaleva sul, sia pure umanamente giustificabile, senso di rabbia, ma la provocazione doveva purtroppo scattare. Qualcuno, lontano dalla folla, scagliava una bottiglia incendiaria, riuscendo così ad intaccare il suggestivo silenzio della piazza. Immediatamente i lacrimogeni della polizia diffondevano il loro acre odore, a guastare quello cristiano del divino incenso. La gente presente al funerale veniva manganellata e malmenata dagli agenti, scoppiavano incidenti, alla fine dei quali veniva arrestato un estremista di sinistra. Fino ad oggi non è stata fatta ancora giustizia, per Angelo, come per tanti altri giovani martiri; non sono state, volutamente, fatte indagini per scovare chi lo aveva assassinato, per non disturbare i piani di chi voleva che tutto rimanesse immutato. La nostra lotta per ricordare e vendicare con la forza delle idee che ci guidano Angelo Mancia, quindi, prosegue, senza paura, sulla strada per cui Egli è Caduto! Continueremo, nel suo nome, a percorrere il suo cammino, certi che sia con noi nelle nostre riunioni e nelle battaglie politiche, ideali e sociali che quotidianamente combattiamo nel nome del nostro mondo, un mondo che sa guardare a faccia alta i suoi avversari, così come Angelo ha sempre fatto.

(Fonte: I quaderni del C.I.S. – Marzo 1982)

ACCA LARENZIA

E’ difficile parlare di chi non c’è più, di chi ha dato la vita per quell’ideale in cui tutti noi crediamo, di chi è stato capace di sacrificare la propria giovinezza in nome di qualcosa di più alto, di più luminoso, di più vero.

E’ difficile perché qualunque parola sembra inappropriata se usata per descrivere il gesto di ragazzi come noi, che per il solo fatto di aver scelto “la strada sbagliata”, quella più difficile, sono morti a vent’anni.

E’ difficile perché di fronte al sacrificio estremo spesso ci si sente estremamente piccoli e inadeguati e qualunque cosa si dica o si faccia sembra sciocca. E’ difficile, ma noi vogliamo provarci lo stesso, seguendo quel filo rosso che ci lega a chi ha percorso prima di noi la strada sulla quale stiamo camminando.

Quello che vogliamo dire a Franco, Francesco, Stefano ed Alberto, e a tutti quelli che sono con loro in quella verde valle lontana e senza tempo, è che noi ci siamo. Con tutte le nostre debolezze, con la stanchezza e lo scoraggiamento che a volte si fanno davvero pesanti, con i piccoli sacrifici di ogni giorno, che non sono niente se paragonati al loro.

Ci siamo, e continuiamo, nel nostro mondo e nel nostro tempo, a percorrere la strada che prima di noi ha visto i loro passi svelti attraversare la vita, consapevoli del fatto che abbiamo scelto di vivere un ideale che va oltre il tempo e oltre la storia, un ideale che ha vissuto in loro e che ora vive in noi.

Ci siamo, e sappiamo che in ogni semplicissimo atto della militanza di ogni giorno, come un’affissione, un volantinaggio, una riunione, un’assemblea, ci sono con noi anche loro.

C’è chi il sangue è chiamato a versarlo tutto insieme e chi goccia a goccia: quando ci sentiamo stanchi e scoraggiati, quando ci assalgono i dubbi sulla scelta della militanza, sarà sufficiente pensare a chi, ragazzo di vent’anni come noi, ha versato il suo sangue tutto insieme e ci ha lasciato il dono più prezioso che si possa mai ricevere: un esempio da seguire.

7 gennaio 1978

Come spesso accadeva in quegli anni, la giornata stava trascorrendo in un clima abbastanza teso. Alle 18.20 circa un gruppo di militanti del Fronte della Gioventù esce dalla sezione di Acca Larenzia per andare a fare un volantinaggio. Immediatamente un commando di 5 o 6 persone (l’attentato sarà in seguito rivendicato dai Nuclei Armati per il contropotere territoriale) apre il fuoco contro i ragazzi del Fronte.

Franco Bigonzetti è il primo ad essere colpito. Un altro ragazzo, ferito ad un braccio, riesce a rientrare in sezione e si chiude dentro. Gli altri si gettano a terra, ma il commando spara di nuovo e colpisce Francesco Ciavatta, che stava tentando di salire sulle scalinate a fianco del portone della sezione. Cade a terra. Morirà poco dopo in ambulanza. Alla notizia dell’agguato, costato la vita a due ragazzi, a due militanti, davanti alla sezione di Acca Larenzia si raduna una gran folla: forze dell’ordine, membri del partito, giornalisti, ma soprattutto giovani, i camerati dei ragazzi uccisi, forse quelli colpiti più da vicino da quel gesto folle.

La tensione è altissima. Un giornalista ed un cameraman, dopo aver ripercorso le tappe dell’agguato, si fermano accanto ad una macchia di sangue e uno dei due vi getta distrattamente sopra un mozzicone di sigaretta. I ragazzi presenti reagiscono in malo modo: i due vengono malmenati e ne nascono tafferugli e scontri. I carabinieri lanciano lacrimogeni sui manifestanti.
Il capitano Sivori, impugnata la sua pistola, cerca di sparare nel mucchio dei manifestanti, ma l’arma si inceppa. Si fa dare allora la pistola di un suo sottoposto, si inginocchia e prende la mira: questa volta i colpi partono, e viene colpito Stefano Recchioni, che morirà dopo 48 ore di agonia (9 gennaio).

“(…) Mentre siamo in riunione arriva la notizia che nella sede di Acca Larenzia i compagni hanno sparato di nuovo. (…) Quella sera del 7 gennaio, presi dalla rabbia per la morte di Franco Ciavatta e Stefano Bigonzetti i ragazzi iniziano gli slogan di protesta contro carabinieri e celere che sono lì davanti alla sezione per prevenire incidenti. Quella loro presenza di controllo è inaccettabile. (…). Il tono delle grida aumenta e dalla parte dei carabinieri iniziano a sparare lacrimogeni. La distanza tra noi missini e i carabinieri è minima e non si capisce perché ci sparino addosso. Indietreggio. Mi giro e vedo a terra quel ragazzo biondo con cui stavo parlando poco prima. E’ Stefano Recchioni e torno indietro per aiutarlo a rialzarsi. Gli metto una mano dietro la testa per sollevargliela e gli occhi azzurri gli roteano all’indietro. Sulla mano ho una strana sensazione di caldo: provo a tirarlo su, ma quando la macchia di sangue si allarga sui miei jeans, capisco che non è stato colpito da un lacrimogeno ma da un proiettile alla nuca. Da una parte i carabinieri, dall’altra chi ha cercato riparo verso la sezione e si aspetta un’altra carica. Sulla strada è rimasto il corpo di Stefano che continuo a tenere tra le braccia. Non darà più segni di vita e il mio grido di aiuto non basterà a fermare quel sangue e a salvargli la vita. Non verso nessuna lacrima, ma niente da quel momento sarà più come prima”.

da “Nel cerchio della prigione” – Francesca Mambro

10 gennaio 1979

E’ passato un anno dalla strage di Acca Larenzia e i colpevoli sono ancora liberi di colpire impunemente. Contro questo stato di cose il Fronte della Gioventù ha organizzato varie manifestazioni di protesta in diversi punti della città.

Gli animi sono caldi e la situazione è molto tesa. Nel quartiere Centocelle l’obiettivo della manifestazione è una sede della DC, scelta come simbolo del potere politico dominante, di quel sistema da combattere in quanto fonte di tante angherie ed ingiustizieTra i ragazzi presenti c’è Alberto Giaquinto, un ragazzo di 17 anni. Al termine della manifestazione, che si è svolta senza incidenti, sopraggiunge una macchina civile della polizia, dalla quale scendono due agenti in borghese. Uno di loro, Alessio Speranza, si inginocchia e prende la mira, sparando sul gruppo di ragazzi che si stavano allontanando: ad essere colpito è Alberto, che viene lasciato per venti minuti in agonia sull’asfalto.

La versione ufficiale è che l’agente aveva sparato per legittima difesa, in quanto Alberto era armato e stava per esplodere dei colpi verso i due poliziotti: vari testimoni negano però questa versione, affermando che Alberto non era armato; inoltre, come da referto medico, il colpo che lo ha ucciso proveniva dalle sue spalle, quindi non era possibile, ammesso che fosse armato, che stesse per sparare. L’assassino di Alberto, come quasi tutti i responsabili degli omicidi dei giovani fascisti avvenuti in quegli anni, è ancora oggi in libertà.

UGO VENTURINI

Genova, 18 aprile 1970, comizio di Giorgio Almirante. Come al solito, come sempre in quegli anni, è clima di scontro. La sinistra in tutte le sue componenti è mobilitata: dai famigerati camalli, gli scaricatori di porto, braccio armato del partito comunista, già famosi per aver impedito nel sangue il congresso del MSI del 1960, fino all’ultimo consigliere comunale socialdemocratico; tutti sono pronti ad impedire al leader missino di parlare in piazza Verdi. A sua volta anche la destra si mobilita; il comizio di Almirante è un po’ il simbolo dell’orgoglio, del coraggio, della voglia di non farsi sopraffare. In piazza è scontro, la polizia separa i contendenti. Il comizio inizia, ma improvvisamente una carica dei camalli fa vacillare le fila delle Forze dell’ordine e i rossi arrivano da dietro fin sotto al palco. I militanti missini si stringono a fare scudo. Dalle file dei rossi vola di tutto: bastoni, bottiglie, sassi. E sarà un sasso a colpire alla testa Ugo Venturini, 32 anni, sposato e padre di un bambino, dirigente dei Volontari nazionali di Genova, che si trova ai piedi del palco, alle spalle di Almirante, per proteggerlo. Durante gli scontri rimane ferito anche il giovane missino Carlo Marazzia di 19 anni.
Ugo Venturini morirà il primo maggio, giornata simbolo per un operaio come lui, sindacalista della Cisnal. Da quel giorno e fino al suo scioglimento, nel 1974, il Gruppo dei Volontari nazionali prenderà il suo nome.

CARLO FAVELLA

La notizia della sua morte fu l’avvisaglia che preludeva all’inizio di un decennio di barbarie e di lutti. Non si trattava più (né mai più si sarebbe trattato) di uno scontro di piazza, tra gruppi fronteggianti. Ora siamo all’aggressione singola, all’agguato. Per la prima volta, poi, la vittima è un giovane, appena diciannovenne, vice presidente del Fuan di Salerno. Carlo Falvella ha il volto aperto, pulito di un bel ragazzo studioso. Il suo assassino, che si definisce anarchico, Giovanni Marini, viceversa è già il prototipo del comunista anni Settanta: capelli lunghi, barba folta, eskimo. E’ il 7 luglio 1972 quando il Marini, insieme ad altri due militanti dell’ultra sinistra: Gennaro Scariati e Francesco Mastrogiovanni, attende Carlo sotto la sua abitazione, in via Velia. Falvella è insieme ad un altro giovane missino, Giovanni Alfinito, che verrà anch’egli ferito. I due non hanno neppure il tempo di reagire all’agguato che vengono colpiti a coltellate. La lama di Marini si conficca due volte nel cuore di Carlo.
Arrestato poco dopo, il Marini verrà condannato all’irrisoria pena di nove anni. Ne sconterà in galera meno di quattro e, in pieni anni Settanta, tornerà all’attività “politica” nell’ultra sinistra, diventando in qualche modo il simbolo vivente dell’impunità che il regime antifascista garantiva ai suoi figli prediletti.

ROGO DI PRIMAVALLE

Quella scena non ce la toglieremo mai più dagli occhi: un fotogramma agghiacciante che simboleggia, nella sua drammaticità, l’abisso morale tra le parti in conflitto. Da un lato la barbarie vigliacca di chi appicca il fuoco, nella notte, alla casa del “nemico”. Dall’altra il disperato eroismo e l’amore fraterno del camerata Virgilio Mattei, 22 anni, dirigente dei Volontari nazionali e figlio del segretario della sezione “Giarabub” del MSI di via Svampa a Roma. In quella fotografia terribile (pubblicata su tutti i giornali) si vede il volto straziato dal fuoco di Virgilio, una mano che si protende fuori dalla finestra ad afferrare i fili del bucato nel tentativo di tirarsi fuori dall’inferno. Aggrappato a lui il fratellino Stefano di appena 10 anni…
L’intera famiglia Mattei, conosciutissima per la sua fede politica nel popolare quartiere di Primavalle, aveva già subìto più volte minacce e aggressioni nel clima sempre più rovente dei primi anni Settanta. L’attentato alla loro abitazione inaugura un metodo assassino che diventerà presto una “moda” in tutta Italia. E’ la notte del 16 aprile 1973 quando un gruppo di comunisti sale al terzo piano delle case popolari di via Campeggi 15, dove abitano i Mattei; si ferma sul pianerottolo e versa lentamente una tanica di 15 litri di benzina spingendo il liquido sotto la porta d’ingresso. Un fiammifero ed è l’inferno. Le fiamme avvolgono la porta in legno, ma si attaccano anche a quella della stanza in cui dormono Virgilio e Stefano. L’intera cameretta prende fuoco in pochi minuti. Virgilio balza in piedi, vede la porta in fiamme e corre verso la finestra. Lui che è grande potrebbe forse mettersi in salvo saltando, ma si volta verso il fratellino che lotta contro la coperta in fiamme. Torna indietro, lo prende con sé, si attarda troppo cercando di spegnergli le fiamme che invece si attaccano anche al suo pigiama. Afferra il fratellino e torna alla finestra. Fuori c’è gente che urla, ma non ci sono ancora i pompieri. Virgilio, il corpo avvolto dal fuoco, cerca di spingere il fratello fuori dalla finestra per lanciarlo tra le braccia della gente sotto, ma non riesce a sollevarlo. La gente urla “buttati, buttati”, ma lui ci riprova ancora a salvare Stefano. Ultimo, generoso, disperato tentativo. Le fiamme che divorano il suo corpo gli tolgono ogni energia e Virgilio rimane lì, aggrappato ai fili, il bel volto sfigurato.
Quella scena si incide negli occhi, nella memoria e nella coscienza di tutti i militanti di destra e rimane una ferita profonda, inferta non solo alla nostra parte politica, ma alla Civiltà in assoluto. Gli autori dell’eccidio (tre quelli identificati: Marino Clavo, Achille Lollo e Manlio Grillo, tutti appartenenti a Potere Operaio) vengono arrestati dopo un anno di indagini. Per loro la sinistra si mobiliterà con tutte le sue forze: cortei, manifestazioni, aggressioni (che porteranno alla morte di un altro missino), articoli sui giornali, raccolte di firme, petizioni parlamentari. Nonostante l’azione omicida fosse stata anche “rivendicata” da Potere Operaio, la stampa (e non certo solo quella di sinistra) tenterà di alzare una cortina di dubbi, ambiguità e reticenze per difendere gli assassini. Su tutti valga il vergognoso esempio dell’articolo di Fabio Isman su “Il Messaggero”, che cerca di accreditare la voce di una “faida interna all’ambiente missino romano”.
I tre assassini verranno riconosciuti colpevoli in tutti e tre i gradi di giudizio, ma poiché, grazie a magistrati pavidi e a potenti appoggi politici, sono riusciti a fuggire dall’Italia, oggi vivono “tranquilli”: uno in Nicaragua e due in Africa

GIUSEPPE SANTOSTEFANO

Reggio Calabria è ancora oggi il simbolo dell’unica, autentica e coraggiosa rivolta popolare contro il regime corrotto dei partiti. Una città tradita e abbandonata, come lo sono la maggior parte delle città del Sud, mantenute in uno stato di sudditanza politica e amministrativa dal potere politico-mafioso. Reggio però, nel luglio del 1970, ha il coraggio di ribellarsi e la sua rivolta è tanto clamorosa, quanto corale e durissima. La miccia è innescata dalla designazione di Catanzaro a capoluogo regionale, ma i motivi sono molto più profondi e radicati. La risposta dello Stato alla rivolta è la repressione più dura e spietata. La città viene messa in stato di assedio come se si trattasse di un’enclave nemica. Migliaia di poliziotti, carabinieri e poi anche l’esercito coi blindati, vengono impiegati per sedare i moti popolari.
Il 15 luglio, durante una carica della polizia, muore l’operaio Bruno Labate. Il 17 settembre le Forze dell’ordine assaltano con fucili e mezzi blindati il quartiere Sbarre, roccaforte dei “boia chi molla” capitanati dal sindacalista della Cisnal Ciccio Franco. Un altro reggino, Angelo Campanella, muore colpito da un proiettile. Ciccio Franco viene arrestato e, insieme ai capi della rivolta, deportato a Bari. Solo nel marzo del 1971 i blindati, le centinaia di arresti, i rastrellamenti e le perquisizioni a tappeto riportano “l’ordine” a Reggio.
Se un decimo di queste misure fossero state adottate negli anni successivi, a Milano o a Roma, contro le organizzazioni armate della sinistra, il tragico elenco di morti di queste pagine potrebbe essere ben più corto.
Ma se una rivolta si può sedare la rabbia non si cancella. Così Reggio non dimentica e alle elezioni del 1972 vota in blocco per il MSI ed elegge Ciccio Franco senatore. In tutta la città le sedi dei partiti “romani” sono deserte. Solo i comunisti, abituati alla guerriglia partigiana, mantengono una loro struttura semiclandestina e armata, fungendo così, negli anni a venire, da cavallo di Troia per il ritorno in grande stile della partitocrazia, della corruzione, delle tangenti… Così, a poco più di un anno dalle elezioni che hanno sancito il trionfo del MSI, i comunisti danno “un segnale” della loro presenza politica assassinando uno dei più attivi sindacalisti della Cisnal, Giuseppe Santostefano, di 50 anni. E’ il 31 luglio 1973 quando, durante un comizio del Partito comunista, il sindacalista viene aggredito da un gruppo di militanti rossi. Muore poche ore dopo senza riprendere conoscenza. La sua scomparsa e l’impunità dei suoi aggressori sanciscono la definitiva sconfitta di Reggio.

EMANUELE ZILLI

Anche una tranquilla città di provincia come Pavia può avere i suoi morti e può persino dimenticarseli… E’, più o meno, ciò che è avvenuto per la vicenda di Emanuele Zilli, 25 anni, esponente e attivista del Movimento Sociale Italiano, di cui era stato anche candidato alle elezioni comunali. Un militante di quelli che non si tiravano indietro, in anni di scontri anche molti duri. Aggredito una prima volta, nel 1972, in piazza Castello insieme ad un amico, qualche mese dopo stava per fare la stessa fine, insieme ad altri due iscritti, uno dei quali, però, reagì sparando un colpo di pistola che ferì uno degli aggressori, Carlo Leva. Naturalmente questo episodio ebbe grande risonanza ed Emanuele passò non pochi guai. Infatti, poche settimane dopo, fu “prelevato” da un cammando di comunisti mentre si trovava di fronte alla sede del MSI e selvaggiamente percosso. Ricoverato in ospedale in gravi condizioni fu però dimesso quasi subito, ancora sofferente, per consentire alla polizia, non di proteggerlo… bensì di arrestarlo per l’episodio precedente. Due medici del Policlinico furono anche denunciati per la loro prognosi a dir poco “sospetta”.
Sarebbe del tutto inutile specificare che Zilli fu poi riconosciuto completamente innocente, ma ormai il suo destino era segnato.
Emanuele era sposato e padre di due bambine che, nel novembre 1973, avevano appena due e un anno: era un operaio che, per mantenere la sua famiglia, lavorava duramente presso una nota ditta di Pavia, la Bertani, e fu all’uscita dal lavoro che trovò ad aspettarlo la morte… Così “La Provincia pavese” di quei giorni ricostruisce i fatti.
“Sembra che venerdì sera egli fosse uscito dal lavoro e, verso le 18 e 30, stesse facendo ritorno a casa in sella al proprio motorino percorrendo una traversa di via dei Mille. Qui è stato rinvenuto, poco dopo le 18 e 30, esanime a terra accanto al proprio motorino. Il corpo dello Zilli giaceva sulla sinistra della carreggiata. Prontamente soccorso, il giovane veniva trasportato al Policlinico. In un primo tempo si faceva l’ipotesi più ovvia, quella dell’incidente stradale: lo Zilli sarebbe sbandato sulla propria sinistra, andando a sbattere contro un’auto o finendo a terra per un malore. Ma alcune circostanze inducono ad una maggiore cautela: lo Zilli aveva un occhio pesto, come se fosse stato picchiato; sul collo presentava un profondo graffio; ed il suo corpo era stato trovato in una posizione “strana” rispetto al motorino”.
“Il luogo era completamente deserto – aggiunge il quotidiano in un altro resoconto – non c’erano macchine intorno contro cui Zilli potesse aver urtato cadendo. Né segni di uno scontro”. Tre giorni durò l’agonia di Emanuele che si spense, senza mai riprendere conoscenza, all’alba di lunedì 3 novembre 1973. Sulla sua vicenda non è mai stata fatta luce, non si sono cercati testimoni, non si è vagliato l’alibi dei più feroci estremisti di sinistra che avevano giurato a Zilli “sei il primo della lista”.
La tranquilla Pavia ha preferito dimenticare, magari facendo finta di credere alla tesi dell’incidente… così che di Emanale rimasero solo: un duro comunicato del MSI che chiede inutilmente “Giustizia”; il pianto sconsolato della giovane moglie, Giuseppina, di 21 anni; e quelle due bambine che non hanno praticamente mai conosciuto loro padre.

MAZZOLA E GIRALUCCI

Padova, 17 giugno 1974, sono le 9,30 quando un gruppetto di cinque persone, tra cui una donna, raggiunge la sede del MSI, in via Zabarella. Due uomini aspettano in strada, la donna si ferma sulle scale, gli altri entrano nei locali della Federazione dove si trovano Graziano Giralucci, 29 anni, sposato e padre di una bimba di 3 anni, ex giocatore e allenatore di rugby, fondatore della squadra del CUS Padova e Giuseppe Mazzola, 60 anni, carabiniere in congedo, sposato e padre di quattro figli. I due uomini, armati di una P38 e di una 7,65 con silenziatore, puntano le armi contro i missini: vogliono farli inginocchiare e legarli con delle catene. Ma l’anziano ex-carabiniere non può piegarsi a causa del busto ortopedico che porta in conseguenza ad un’antica lesione alla colonna vertebrale. Forse reagisce, forse solo si rifiuta di inginocchiarsi, fatto sta che dalla 7,65 parte un colpo che lo ferisce all’addome. Allora reagisce anche Giralucci, ma un colpo di P38 lo ferisce alla spalla, poi, subito dopo, la stessa arma lo finisce con un colpo alla nuca. Mazzola è a terra supino: è inerme, ferito, eppure uno degli aggressori gli poggia l’arma sulla fronte e fa fuoco… Poche ore dopo un volantino, fatto ritrovare a Padova e a Milano, rivendica il duplice omicidio con queste parole: “Lunedì 17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede provinciale del MSI in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati”.Nonostante questa rivendicazione, ecco cosa scrissero alcuni giornali del tempo, riportati da Raffaele Zanon e Roberto Merlo nel loro libro “Noi accusiamo Renato Curcio” (Edizioni del CIS, Padova, 1995): “Il quotidiano “Il Manifesto” accredita questa tesi: “Padova, due fascisti trovati uccisi nella sede del MSI. C’è il sospetto che si siano ammazzati tra loro”. “L’Unità”, a propria volta, parla di “sedicenti Brigate Rosse”, mentre “l’Avanti” e “Il Giorno” si spingono oltre, fino ad affermare che “le fantomatiche Brigate Rosse altro non sono che la copertura delle Brigate Nere, un’etichetta in cui il contenuto umano viene fornito anche da gente iscritta al MSI”; “i mandanti del duplice omicidio alla sede della federazione missina – scrive “Il Giorno” – sono iscritti al partito di Almirante”…”!

MIKIS MANTAKAS

Il 28 febbraio 1975 si celebra a Roma la prima udienza del processo per il rogo di Primavalle in cui perirono i due fratelli Mattei. Alla sbarra i tre assassini, identificati dopo un anno di indagini. Nonostante l’indifendibilità di un reato così orrendo, tutta la sinistra scende in campo massicciamente in favore degli assassini. La mobilitazione è generale, non c’è giornale o telegiornale che non ospiti autorevoli pareri “garantisti” e innocentisti. Viene persino pubblicato un libro dal titolo “Incendio a porte chiuse” per accreditare la tesi di un incidente e scagionare così i compagni di Potere Operaio. Naturalmente i complici degli assassini si mobilitano anche per fare pressione “fisica” sui giudici. Di fronte al tribunale viene organizzata una manifestazione e alla fine si forma il solito corteo per le vie paralizzate della città e da esso si stacca – secondo una strategia ormai nota – un gruppo che assalta la sezione del MSI di via Ottaviano, al cui interno si trova un piccolo gruppo di studenti universitari del Fuan in riunione. Gli assalitori sfondano il portone, riescono a penetrare nel cortile interno, ma qui vengono affrontati dagli studenti del Fuan che li respingono nella via. Dal gruppo messo in fuga, però, saltano fuori improvvisamente delle pistole. Pochi colpi secchi e Mikis Mantakas, 21 anni, cittadino greco, iscritto all’Università di Roma, da un anno militante del Fuan, rimane a terra senza vita. Ferito anche un altro studente, Fabio Rolli, di 18 anni.
Sabrina, la ragazza di Mikis, il giorno dopo, scrisse una struggente lettera d’addio pubblicata sul “Secolo d’Italia”. Proprio quella lettera ispirò a Carlo Venturino, leader del gruppo musicale “Amici del Vento”, una delle più belle canzoni di musica alternativa, rimasta per oltre vent’anni il simbolo del martirio dei giovani di destra: “Nel suo nome”.

Ragazza che aspettavi, un giorno come tanti:
un cinema, una pizza, per stare un po’ con lui,
dai apri la tua porta, che vengo per parlarti…
“Sai, stasera… in piazza… erano tanti, e…
il tuo ragazzo è morto…
è morto questa sera”.

Vent’anni sono pochi per farsi aprir la testa
dall’odio di chi invidia la nostra gioventù,
di chi uno straccio rosso ha usato per bandiera,
perché non ha il coraggio di servirne una vera.

La gioventù d’Europa stasera piangerà
chi è morto in primavera per la sua Fedeltà.

Le idee fanno paura a questa società,
ma ancora più paura può far la Fedeltà:
la Fedeltà a una terra, la Fedeltà a un amore,
sono cose troppo grandi per chi non ha più cuore.

Un fiore di ciliegio tu porta tra i capelli,
vedendoti passare ti riconoscerò e…

Sole d’Occidente che accogli il nostro amico,
ritorna a illuminare il nostro mondo antico.
Dai colli dell’Eterna ritornino i cavalli,
che portano gli eroi di questo mondo stanchi.

Ragazza del mio amico, che è morto questa sera,
il fiore tra i capelli no, non ti appassirà.
Di questo tuo dolore, noi faremo una bandiera,
nel buio della notte una fiamma brillerà.

Sarà la nostra fiamma, saranno i tuoi vent’anni,
la nostra primavera sarà la libertà.

Due degli assassini, Alvaro Lojacono e Fabrizio Panzieri, quelli che materialmente impugnarono le pistole, vengono subito identificati e arrestati. Anche in questo caso, però, nei mesi successivi si ripete l’ormai noto balletto di complicità e protezioni. L’allora segretario del Partito Socialista, Giacomo Mancini, arriva addirittura al punto di andare a far visita in carcere al suo “amico” Panzieri. In quegli anni è attivo anche il “Soccorso rosso”, un’organizzazione finanziata dal Partito comunista per fornire avvocati e aiuti economici ai carcerati di sinistra e fu così che anche Lojacono e Panzeri, come già gli assassini dei fratelli Mattei, furono rilasciati tra una fase processuale e l’altra, riuscendo poi a fuggire all’estero.
Seppure condannato in contumacia, il “latitante” Lojacono trovò modo comunque di tornare in Italia partecipando, tra l’altro, al rapimento e all’uccisione del leader democristiano Aldo Moro riuscendo poi ancora a rientrare in Francia.
Di lui, condannato a 16 anni per il delitto Mantakas e all’ergastolo per quello di Aldo Moro (chissà poi perché tanta differenza?) si è tornato a parlare, nel corso del 2000, perché finalmente “rintracciato” nella sua tranquilla latitanza. L’allora ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Oliviero Diliberto, si è però guardato bene dal fare pressioni sulla Francia per ottenerne l’estradizione.

MARIO ZICCHERI

Sei mesi esatti dopo la morte di Sergio Ramelli, quando sembrava già di aver toccato il fondo di ogni aberrazione nella violenza politica, arriva da Roma un’altra notizia shock.
E’ il pomeriggio del 29 ottobre 1975 quando un gruppetto di ragazzi si accinge ad aprire, come tutti i pomeriggi, la sezione Prenestino del MSI in via Erasmo da Gattamelata. Stanno chiacchierando voltando le spalle alla strada quando arriva un’auto, un finestrino si abbassa, ne esce la canna segata di un fucile che esplode pochi, rapidi colpi, centrando in pieno il gruppo di ragazzi. La micidiale scarica di pallettoni uccide sul colpo Mario Zicchieri, detto “Cremino” per la sua corporatura esile, studente-lavoratore di 16 anni e ferisce Mario Lucchetti… 15 anni.
Così, sulla scena “politica” fa la sua comparsa per la prima volta il fucile a canne mozze di chiaro ascendente mafioso e la vile strategia omicida che ricorda i gangster americani degli anni 30. Ma l’azione (lo si scoprirà quindici anni dopo a seguito delle confessioni dei brigatisti Seghetti e Morucci) era stata studiata a tavolino “per incutere timore ai militanti di destra i quali, nonostante le ripetute aggressioni subìte, non davano segni di cedimento”.
Zicchieri è la più giovane vittima di quegli anni assurdi e ancora oggi vengono i brividi pensando che si era avvicinato alla destra solo da pochi mesi, sull’onda emotiva dell’uccisione di Mantakas.
Per lui non ci fu giustizia, come per la maggior parte dei camerati assassinati. Gli esecutori materiali del delitto sono ancora tra noi…

ENRICO PEDENOVI

Ad un anno dalla morte di Sergio Ramelli, a Milano si vive sotto una cappa di paura e di tensione. Non passa giorno senza che l’elenco delle aggressioni dell'”antifascismo militante” si allunghi. La sinistra estrema e quella ufficiale sono compatte, mobilitate con tutte le loro energie, per impedire qualsiasi forma di commemorazione pubblica dell’anniversario. La famiglia stessa non riesce a trovare una chiesa in cui far recitare una messa di suffragio dopo il rifiuto del parroco di viale Argonne. Come ai tempi della prima guerra civile, nel 1945, anche i preti hanno paura e temono ritorsioni. Arriva così il mattino del 29 aprile e si sa già che sarà una giornata dura; per il pomeriggio è previsto il raduno dei militanti di destra in via Mancini, sede del MSI, ma alle prime luci dell’alba la sinistra ha già deciso come “commemorare”, a modo suo, la morte di Sergio. Assassinando l’avvocato Enrico Pedenovi, 50 anni, consigliere provinciale del MSI, padre di due figlie di 22 e 10 anni. Ecco la ricostruzione del delitto compiuta da Benito Bollati nel suo libro: “Il delitto Pedenovi” (Lasergrafica Polver, Milano, 2001) pubblicato in occasione del venticinquesimo anniversario della morte. Bollati, già deputato milanese del MSI, è stato l’avvocato di parte civile della famiglia Pedenovi nel processo contro gli assassini.
“Alle 7,45 del 29 aprile 1976, Enrico Pedenovi esce dalla propria abitazione in viale Lombardia per recarsi presso il suo studio (…). Come ogni giorno (…) era salito sulla sua utilitaria parcheggiata davanti allo stabile ove abitava, aveva percorso il viale Lombardia in direzione di piazza Durante e si era fermato dopo circa cento metri al distributore di benzina (…). Come ogni mattina aveva sfogliato i giornali per conoscere sommariamente le prime notizie. (…) Quella stessa mattina tre persone, a bordo di una Simca rubata la notte precedente, attendono che Pedenovi sia immerso nella lettura; due di essi scendono, si avvicinano alla macchina, sparano contemporaneamente contro di lui e raggiungono la Simca che si dirige verso piazza Durante”.
Enrico Pedenovi era un “nemico” semplicemente in quanto esponente missino. Il suo volto e il suo indirizzo erano stati pubblicati da “Lotta continua” su una lista di proscrizione dal significativo titolo di “Pagherete tutto” contente nomi, immagini, indirizzi e abitudini di un centinaio di militanti della destra milanese. Eppure chi ebbe modo di conoscere Pedenovi lo ricorda come uno degli uomini più miti e concilianti, un padre di famiglia onesto e laborioso che non aveva mai inteso la politica come scontro. Allora perché colpire proprio lui? La risposta arriverà molti anni dopo quando, una volta smantellato l’apparato militare di Prima Linea, salteranno fuori anche i suoi assassini.
Nel corso del procedimento penale si scoprirà, infatti, che gli autori del delitto, militanti proprio di Lotta Continua che aspiravano a diventare terroristi di Prima Linea, scelsero, tra i molti obiettivi possibili e schedati, quello “più facile”. Facile perché Pedenovi era un uomo pacifico e metodico che non adottava precauzioni, che usciva sempre alla stessa ora, senza guardarsi alle spalle. Ma facile anche perché, come dissero gli imputati: “l’omicidio era legittimato”, una dichiarazione che Bollati ci spiega ricordando che, in quegli anni, da parte di tutti: “Era comodo additare nei “fascisti” i responsabili di tutti i mali, anche quelli di natura sociale ed economica, che non potevano non pesare sui governi, per distrarre l’attenzione della violenza dalle loro persone. I “fascisti” venivano lasciati in prima linea da soli a fronteggiare il comunismo nella sua peggiore espressione. Dietro quella fragile prima linea molti socialisti e democristiani si creavano un alibi, nel caso in cui quella trincea venisse travolta, esprimendo, anche con il silenzio, il loro consenso alle violenze o, peggio, additando i punti deboli da colpire. Ecco perché Enrico Galmozzi dice davanti ai giudici che si sentiva legittimato alla violenza, soprattutto quella contro i “fascisti” e sino al loro omicidio”.
Quando la notizia della morte di Pedenovi si diffuse, come è ovvio decine di missini cercarono di recarsi sul luogo del delitto per portare un fiore, per esprimere cordoglio alla famiglia; ma l’intera zona era chiusa, presidiata da un cordone, non già di polizia o carabinieri, bensì di almeno seimila compagni con i volti coperti e le chiavi inglesi. In tutte le strade limitrofe al luogo del delitto gruppi armati di comunisti impedivano a chiunque di avvicinarsi. Ci furono inseguimenti e decine di pestaggi. Chi riuscì a forzare il blocco e ad arrivare sul luogo del delitto, non vi trovò neppure un fiore, né l’ombra di un poliziotto. Rimaneva solo una “anonima” macchia di sangue sull’asfalto per la quale nessuno aveva il coraggio di mostrare pietà, in un grigio squallore figlio della paura e dell’inciviltà, simboli di quegli anni impossibili.
Gli assassini di Pedenovi furono giudicati nel 1984, nell’ambito del maxi-processo contro Prima Linea nel quale, complessivamente, furono inflitti quindici ergastoli e oltre dodici secoli di carcere per nove omicidi, 12 tentati omicidi e centinaia di attentati, rapine e violenze di ogni tipo. “Il 22 ottobre 1984 – scrive ancora Bollati – dopo centodue udienze e diciotto giorni di camera di consiglio, la terza Corte d’Assise di Milano emetteva il suo giudizio (…). Per gli imputati del delitto Pedenovi la condanna all’ergastolo venne pronunciata nei confronti di Bruno La Ronga e Giovanni Stefan. In virtù dell’autocritica espressa in dibattimento Enrico Galmozzi si vide infliggere 27 anni di reclusione. Pietro Del Giudice, riconosciuto concorrente morale nell’assassinio fu condannato a 28 anni”.
In appello (e in Cassazione) il carcere a vita verrà confermato solo a Giovanni Stefan (peraltro latitante). 29 anni vengono inflitti a Bruno La Ronga e 27 confermati a Enrico Galmozzi, mentre Pietro Del Giudice viene assolto.

ANGELO PISTOLESI

Se a Milano la differenza numerica tra rossi e missini è tale da rendere quasi impossibile persino un funerale, a Roma la scontro non è impari. Le organizzazioni giovanili del MSI non mollano neppure un metro, nonostante il clima sempre più pesante. Le sezioni continuano a funzionare, tra una molotov e un attentato, nelle scuole si fa attività politica nonostante le aggressioni e i pestaggi.
Così la sinistra decide di lanciare un’ennesima offensiva per spezzare definitivamente la resistenza dei “fasci”: un’offensiva omicida che costerà la vita di quattro ragazzi nel giro di dieci giorni a cavallo delle vacanze natalizie. Poiché su questi omicidi non si fece mai piena luce e non furono identificati (ma in realtà neppure cercati) gli assassini, ogni ipotesi resta valida, compresa l’oscena sensazione che “tirare al fascista” fosse in quei giorni una sorta di tragico sport per i compagni in vacanza…
Il primo di questi delitti avviene la sera del 28 dicembre 1977, appena tre giorni dopo Natale… Gli assassini suonano al citofono di Angelo Pistolesi, 31 anni, iscritto al MSI e attivista nel quartiere Portuense. Una scusa per farlo uscire, poi, appena aperto il portone, una micidiale scarica di pallottole lo centra in pieno petto. L’azione viene rivendicata dai Nuovi Partigiani…

ALBERTO GIAQUINTO

Gli anniversari degli eccidi più feroci diventavano, in quegli anni allucinanti, altrettanti regolari appuntamenti con la morte. Era già successo a Milano, con Enrico Pedenovi ucciso ad un anno dalla morte di Sergio Ramelli. Così, anche il 10 gennaio 1979, ad un anno dalla strage di via Acca Larentia, per Roma è una giornata di terrore e per i camerati un’altra giornata di lutto. Lo scenario è quello della repressione: ogni manifestazione è vietata, tutte le sezioni sono blindate e i responsabili “diffidati”. La sinistra mobilitata in presidi armati contro “le provocazioni”.
I giovani di destra impediti a manifestare si ritrovano in cortei spontanei che cercano di convergere su via Acca Larentia. La Questura interviene, come sempre quando si tratta di manifestazioni di destra, in maniera pesantissima. Ne nascono scontri, tafferugli, inseguimenti. Durante uno di questi uno studente del Fronte, Alberto Giaquinto, 17 anni, viene colpito alla testa da un proiettile esploso, a distanza ravvicinata, da un agente in borghese: Alessio Speranza. E qui inizia il giallo infamante che, chi ha vissuto quegli anni, ricorderà benissimo.
La sera il telegiornale della Rai enfatizza gli scontri, esattamente con la stessa energia con la quale minimizzava le violenze di sinistra, dando ampio risalto alle immagini di un’insegna della Democrazia Cristiana bruciata… Quindi riferisce che “uno degli assaltatori” della sezione DC, armato di pistola, era stato affrontato da un agente di polizia che lo aveva colpito, ovviamente per legittima difesa. Le parole del commentatore sono accompagnate da un filmato del luogo in cui Giaquinto è stato colpito e la telecamera si sofferma anche su una pistola di grosso calibro lasciata a terra. “Questa è l’arma che impugnava il missino” affermano i solerti giornalisti cui non sembra vero di poter additare al pubblico la “violenza fascista”.
Ma quella non era la verità. Giaquinto non era armato e non stava assalendo nessuno. Per anni la famiglia, gli avvocati, il partito, nonostante le potenti omertà e le coperture conniventi, denunciarono i responsabili di quello che appariva un autentico omicidio. Solo al processo, alcuni anni dopo, venne fuori la verità. Si scoprì che, contrariamente a quanto affermato nei verbali, Alberto Giaquinto non era stato colpito alla fronte, bensì alla nuca, quindi mentre fuggiva e non mentre attaccava. Ma soprattutto che fine aveva fatto la famosa pistola, mostrata nel filmato del telegiornale, quella che secondo la polizia Giaquinto impugnava? Sparita. Mai esistita. In realtà era stata messa lì, a terra, da un funzionario della Digos, per far ricadere le colpe sul giovane missino.
A tale proposito vi è anche la testimonianza di un militante di Democrazia Proletaria, che assistette all’omicidio: “Poi ho sentito lo sparo ed ho visto un ragazzo a terra. Stava morendo, ma quei tipi hanno allontanato tutti i cittadini che volevano portargli soccorso; lo hanno lasciato sul selciato per più di venti minuti scosso come da brividi di freddo. Ricordo come tremasse quel corpo. Non aveva pistole né vicino né lontano da lui, quel ragazzo non aveva fatto niente per morire così!”.
La vicenda si è conclusa con una mite condanna dell’agente killer e dei funzionari complici. Rimane comunque emblematica delle responsabilità degli organi dello Stato nel creare una “strategia del terrore” a senso unico, rivolta sempre e solo contro la destra, per compiacere il nuovo padrone: il PCI.

STEFANO CECCHETTI

Ma la tragica giornata del 10 gennaio 1979 non è conclusa con gli scontri e con la morte di Giaquinto. Proprio mentre il telegiornale della sera mette in scena la sua parodia della verità, l’altra faccia della strategia del terrore, i comunisti, si muovono per offrire anche il loro contributo all’anniversario di Acca Larentia.
Il metodo prescelto è quello già sperimentato per uccidere Zicchieri: sparare da un’auto in corsa. Una tattica vile, che non prevede nessuna possibilità di reazione e bassissimi rischi. Il commando omicida non sceglie neppure le vittime, non compie un “gesto politico simbolico”, come nel caso dell’assalto di via Acca Larentia, colpisce nel mucchio, con un solo obbiettivo: uccidere un fascista.
Stefano Cecchetti, 19 anni, simpatizzante del Fronte della gioventù, è con altri amici al bar di Largo Rovani, al quartiere Talenti, un bar di quelli frequentati da giovani di destra, ma certo non solo da loro. Si commentano gli episodi della giornata, c’è rabbia, orrore, dolore per Alberto Giaquinto, anche se nessuno lo conosce di persona: era un camerata ed è stato assassinato. Fa buio e freddo quando i ragazzi escono, non fanno neppure caso ad un’auto che si mette in moto, non vedono neppure le canne delle armi uscire dal finestrino, sentono solo i colpi secchi. Stefano cade a terra senza vita, in un lago di sangue, altri due giovani: Maurizio Battaglia e Alessandro Donatore, di 18 anni, rimangono feriti.
L’agguato viene rivendicato dai Compagni Organizzati per il Comunismo, che rimarranno impuniti…

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